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City di Baricco - Un libro e i suoi dintorni
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I Barbari
(Riduzione del testo e materiali collegati)
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Sommario
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| Riduzione de I barbari |
| Libretto delle istruzioni di lettura contenute ne I barbari |
| Collezione di storie da I barbari |
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| Trascrizione della conversazione con Marino Sinibaldi (Fahrenheit 11/12/2006) |
| I nuovi barbari da Wired.it agosto 2010 |
| Il dibattito su Repubblica tra Scalfari e Baricco del settembre 2010 |
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| Link esterni |
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Riduzione del testo de I barbari
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http://www.repubblica.it/rubriche/i-barbari/index.html
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SOMMARIO
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1. La mutazione che vedo intorno a me / Inizio
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EPIGRAFI
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2. La seconda epigrafe viene da lontano / Epigrafi 1
3. Cosa sta per diventare il mondo / Epigrafi 2
4. Adesso il libro può davvero iniziare / Epigrafi 3
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PERDERE L'ANIMA
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5. E' dall'alto che bisognerebbe guardare / Vino 1
6. Se una cosa vende molto, vale poco / Vino 2
7. Bisogna guardare l'animale / L'animale
8. Baggio in panchina, la coda che sbatte / Calcio 1
9. Li ho visti abbracciarsi, da lontano / Calcio 2
10. Stanno ammazzando Flaubert / Libri 1
11. Tutti i figli della stessa illusione / Libri 2
12. Il sapore dell'intuizione preziosa / Libri 3
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RESPIRARE CON LE BRANCHIE DI GOOGLE
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13. Era un libro su Google / Google 1
14. Rendere accessibile tutto il sapere / Google 2
15. La velocità è generata dalla qualità / Google 3
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16. E il disegno è veloce o non è nulla / Esperienza
17. Il varco verso una qualche spiritualità / Anima
18. Beethoven si sarebbe potuto fermare lì / Musica classica
19. Strabordando con arrogante ineleganza / Monsieur Bertin
20. L'aspirazione borghese al dominio / Monsieur Rivière
21. Si sono inventati l'uomo orizzontale / Fatica
22. L'allergia per la profondità / Guerra
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RITRATTI
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23. Dove noi cerchiamo risposta / Spettacolarità
24. La spettacolarità generatrice del movimento / Nostalgia
25. Come zattere sopravvissute al naufragio / Passato
26. Sarebbe utile avere qualcuno capace di dare risposte / Democrazia
27. La forza del senso per loro è altrove / Autenticità
28. Siamo conservatori quasi per necessità / Educazione
29. Qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa / Eliche
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EPILOGO
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30. Dalla Grande muraglia / La Grande Muraglia
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Inizio
1. La mutazione che vedo intorno a me
NON sembra, ma questo è un libro. […]
sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare: scrivendo. Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per "qui intorno" intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io […]
Si fa un sacco di fatica a capire la propria zolla di terra, non resta molto per capire il resto del campo.
Ma forse in ogni zolla, a saperla leggere, c'è il campo intero.
[…] Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari.
[…] Potrebbe essere, me ne rendo conto, il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all'invasione dei più giovani, il potere costituito che difende le sue posizioni accusando le forze emergenti di barbarie, e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte.
Ma questa volta sembra diverso. E' così profondo, il duello, da sembrare diverso. Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa. Forse l'hanno perfino già cambiata. Dovette succedere così negli anni benedetti in cui, per esempio, nacque l'illuminismo, o nei giorni in cui il mondo tutto si scoprì, d'improvviso, romantico. Non erano spostamenti di truppe, e nemmeno figli che uccidevano padri. Erano dei mutanti, che sostituivano un paesaggio a un altro e lì fondavano il loro habitat.
[…] Vorrei spiare la mutazione, non per spiegarne l'origine (questo è fuori portata) ma per riuscire anche lontanamente a disegnarla. […]
Spesso i libri iniziano con un rito che io amo molto, e che consiste nello scegliere un'epigrafe. […] Così, per questo libro, io avrei scelto quattro epigrafi. Giusto per segnare i bordi del campo da gioco. Ecco la prima: viene da un bellissimo libro uscito da poco in Italia (ed. il Mulino). L'ha scritto Wolfgang Schivelbush ed è intitolato La cultura dei vinti. […]
"Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza
dall'antichità fino ai giorni nostri".
Epigrafi 1
2. La seconda epigrafe viene da lontano
La seconda epigrafe di questo libro, viene da lontano. 7 maggio 1824. Beethoven presenta, a Vienna, la Nona Sinfonia. Come andò veramente quel giorno è una storia che prima o poi mi piacerebbe raccontare. […]
Era esattamente uno di quei momenti in cui alcuni umani si scoprono le branchie dietro alle orecchie e iniziano timidamente a pensare che loro starebbero molto meglio in acqua. Erano sulla soglia di una mutazione micidiale (l'abbiamo poi chiamata: romanticismo. Non ne siamo ancora usciti adesso). Quindi è molto importante andare a vedere cosa dissero e pensarono in quel momento. E allora ecco cosa scrisse un critico londinese, l'anno dopo, quando potè finalmente leggere e sentire la Nona. Ci tengo a dire che non era un fesso, e scriveva per una rivista autorevole che si chiamava The Quarterly Musical Magazine and Review. E questo fu ciò che scrisse, e che io metto qui, come seconda epigrafe:
"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro".
Voilà.
Quel che mi fa sorridere è che la Nona, ai giorni nostri, è esattamente uno dei baluardi più alti e rocciosi di quella cittadella che sta per essere assaltata dai barbari. Quella musica è diventata bandiera, inno, fortificazione suprema. È la nostra civiltà. […]
Epigrafi 2
3. Cosa sta per diventare il mondo
[…]La terza la devo a Walter Benjamin. […]
lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto.
[…] Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l'oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos'era, ma intuire in cosa, quell'oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. […] Voglio dire che lui è stato uno dei primi a pensare che il DNA di una civiltà si costruisce non soltanto nelle curve più alte del suo sentire, ma anche, se non soprattutto, nelle sue sbandate apparentemente più insignificanti. […] C'è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino. Voglio dire, quell'uomo […] al momento buono pensò che per capire il mondo - per capire il mondo, non per essere un erudito inutile - sarebbe stato opportuno capire chi? Topolino.
Eccola qui, allora, la terza epigrafe.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin) […]
Epigrafi 3
4. Adesso il libro può davvero iniziare
[…] La quarta e ultima epigrafe a questo libro, la rubo a un altro sommo maestro. Cormac McCarthy. […] La storia è quella di una caccia all'uomo: un vecchio sceriffo insegue un killer spietato. Quanto allo sceriffo, per me entra nella galleria dei grandi personaggi da romanzo. Quanto al killer, è spietato in un modo così radicale e immorale e demoniaco, che il vecchio sceriffo riesce solo a dire: "Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona." E già questa poteva essere una bella epigrafe, per un libro che cerca di capire i barbari che stanno arrivando. Ma in realtà, la citazione che ho scelto è un'altra. Perché è ancora più dura. E' uno sparo.
Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.
Pum.
E così le quattro epigrafi sono scelte. Non per guadagnare spazio senza sforzo, ma mi piacerebbe riportarle adesso una sotto l'altra, perché in certo modo sono un'unica lunga frase, e sono lo steccato dentro cui pascolerà questo libro. […]
Vino 1
5. E' dall'alto che bisognerebbe guardare
[…] E' dall'alto che forse si può riconoscere la mutazione genetica, cioè le mosse profonde che poi creano, in superficie, i guasti che conosciamo. Io cercherò di farlo provando a isolare alcune mosse che mi sembra siano comuni a molti degli atti barbarici che rileviamo in questi tempi. Mosse che alludono a una precisa logica, per quanto difficile da capire, e a una chiara strategia, per quanto inedita. […] E allora ecco la prima mossa che vorrei isolare e comprendere. Si chiama:
Perdere l'anima.
[…]Ha anche un sottotitolo:
Impara a respirare con le branchie Google!
Voilà. Si inizia.
Partiamo da un'impressione assai diffusa, magari superficiale, ma legittima: ci sono oggi molti gesti, per anni appartenuti alle consuetudini più alte dell'umanità, che, lungi dall'agonizzare, si moltiplicano con sorprendente vitalità: il problema è che in questo fertile rigenerarsi, sembrano smarrire il tratto più profondo che avevano, la ricchezza a cui erano in passato arrivati, forse perfino la loro più intima ragione d'essere. Si direbbe che vivano a prescindere dal loro senso: che avevano, e ben definito, ma che sembra essere diventato inutile. Una perdita di senso.
Non hanno anima, i mutanti. Non ce l'hanno i barbari. Così si dice. […]
Vino 2
6. Se una cosa vende molto, vale poco
[…] Studiando la circoscritta invasione barbarica che ha colpito il villaggio del vino, uno può arrivare a disegnare la mappa di una battaglia: eccola qui: complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Quel che gli assaliti percepiscono, di tutto ciò, è soprattutto il tratto che sale in superficie, e che, ai loro occhi, è il più evidente da registrare: un apparente smottamento del valore complessivo di quel gesto. Una perdita di anima. E dunque un accenno di barbarie.
L'ho detto: è solo un'ipotesi. E, ciò che è più importante: non è un'ipotesi che aiuta a capire i barbari ma soltanto a capire la loro tecnica d'invasione: come si muovono, non chi sono e perché sono così (che è, questa sì, la domanda affascinante). A me sembra comunque un passaggio necessario per arrivare, prima o poi, a capire: una stazione intermedia. Capisci come combattono e magari capirai chi sono. […]
L'animale
7. Bisogna guardare l'animale
[…] Dal vino si impara un'ipotesi importante: quando percepiamo un'evidente perdita di anima, lì stanno lavorando, sotto la superficie di un'apparente barbarie, eventi di natura diversa che è possibile riconoscere uno ad uno. […] In realtà è probabile che nessuno di quegli eventi sia sostanzialmente isolabile dagli altri, né giudicabile in sé, né tanto meno condannabile. Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda.
E' ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l'animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere. Se c'è una logica, nel movimento dei barbari, è solo leggibile a uno sguardo capace di assemblarne i diversi pezzi. Altrimenti è chiacchiera da bar.
[…] Ma se voi provate a collocare quell'illogico degrado culturale all'interno di una rete di eventi, alcuni dei quali probabilmente vi troverebbero entusiasti (che so, l'innovazione tecnologica, la liberalizzazione di una tecnica altrimenti riservata a una setta, la scelta di un linguaggio non esoterico e discriminante), se provate a interpretarla come sezione parziale di un movimento più complesso e ampio, allora essa cesserà di essere un grottesco passaggio a vuoto dell'intelligenza collettiva e inizierà ad assumere un profilo diverso: facilmente, inizierete a capire che in quel preciso punto, dove sembrano essersi perse forza e cultura, passano in realtà correnti fortissime di energia, generate da eventi prossimi, che sembrano avere bisogno, per esprimersi, di quella strettoia, di quella discesa, di quella ritirata strategica. Nell'apparente indigenza di quel particolare, trova appoggio una forza più ampia che, senza quella debolezza, non starebbe in piedi. Liberi poi di giudicare che, comunque, questa nuova forma di energia, di senso, di civiltà, non è all'altezza di quella precedente: questo è assolutamente possibile. Ma in questo modo avrete almeno evitato di liquidare la locomotiva a vapore in base alla considerazione che, confrontata a una carrozza a cavalli, essa risulta un oggetto raccapricciante, volgare, puzzolente e oltretutto pericoloso. […] Lo sguardo che si ferma su un tratto solo dell'invasione barbarica rischia la stupidità pura e semplice. […]
Calcio 1
8. Baggio in panchina, la coda che sbatte
Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. […]In genere si fa risalire una simile catastrofe a un fenomeno ben preciso: l'avvento della televisione digitale e quindi l'allargamento radicale dei mercati e quindi l'entrata in circolo di grandi quantità di denaro. In sè la cosa non è sbagliata: ma, come ho spiegato, bisognerebbe riuscire a vedere l'intero animale in movimento. Baggio in panchina è la coda che sbatte. Il calcio di Sky sono le zampe anteriori che mulinano nell'aria. Ma l'intero animale? Riuscite a vederlo? Proviamo usando quello che abbiamo imparato dal vino. Complice una precisa innovazione tecnologia, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Proviamo: con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato di pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, e di moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima. […]Incominciamo a poter mettere a fuoco, abbastanza velocemente, l'animale intero in movimento. Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?
[…] Se vado a ripescare la mia domenica sera adolescenziale e torinese è perché mi aiuta a mettere a fuoco un'altra mossa dell'animale, una mossa che la storia del vino non mi aveva fatto riconoscere, e che invece il calcio insegna chiaramente: tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. Direi così: smontano il totem e lo disseminano nel campo dell'esperienza, disperdendone la sacralità. Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.
Il rito è moltiplicato, e il sacro è diluito. (Non è lo stesso per il vino che si può bere quando vuoi senza tanto scaraffare, abbinare, degustare, e tutte quelle cerimonie lì?). Ci potremmo addirittura chiedere se quando parliamo di perdita dell'anima, non stiamo in realtà rimpiangendo soprattutto quella perduta sacralità dei gesti: ci manca il totem. Eppure siamo una civiltà abbastanza laica, e sappiamo benissimo che qualsiasi passo in avanti nella laicità rimette in movimento il mondo e libera energie formidabili. Ma ci manca il totem. Ai barbari no. Loro il sacro lo smantellano. Sarà un bel momento quando capiremo con cosa lo sostituiscono […]
Calcio 2
9. Li ho visti abbracciarsi, da lontano
[…] l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica […] è una cosa che c'entra anche con la natura stessa del gioco, con la sua tecnica, con il suo tipo di organizzazione.
Per quello che importa a noi, la domanda è: se ai barbari è necessaria una spettacolarizzazione del gesto, come mai sono arrivati all'assurdo di eliminare proprio il punto più spettacolare dei quel gioco, cioè il talento individuale, o addirittura il marchio dell'artista, e cioè del numero 10? Perché vanno a colpire proprio il punto in cui quel gesto sembra assumere la sua dimensione più alta, più nobile, più artistica? Non è una domanda solo calcistica, perché, come oramai incomincerete a capire, è un fenomeno che possiamo trovare in quasi tutti i villaggi saccheggiati dai barbari. Vanno dritti dove è il cuore più alto della faccenda, e distruggono. Perché? E soprattutto: cosa ci guadagnano da un simile sacrificio? […] Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. Nei limiti di un gioco di squadra, il vecchio calcio viveva di molti duelli personali, e di una sostanziale divisione dei compiti. Il calcio moderno sembra essersi intestardito a spezzare questa parcellizzazione di senso, creando un solo evento a cui tutti, costantemente, partecipano. Nel difensore che attacca, come nell'attaccante che copre, sale in superficie un'utopia di mondo in cui tutti fanno tutto e in qualsiasi parte del campo. Forse nulla può restituire un simile modo di pensare come la bella espressione coniata dagli olandesi negli anni settanta: il calcio totale. […] Se tutti devono fare tutto, è difficile che tutti riescano a fare tutto benissimo: ed ecco la famosa tendenza alla medietà, tipica delle mutazioni barbare. La medietà è deprimente, per noi, ma non lo è per i barbari, per una ragione ben precisa, e calcisticamente verificabile: la medietà è una struttura senza spigoli in cui può passare un maggior numero di gesti. […] Quante possibilità in più genera all'interno di un gioco che in quanto a regole non è nemmeno cambiato un granché? Lo vedete il fattore di moltiplicazione? La regressione di una capacità genera una moltiplicazione di possibilità. Ancora uno sforzo: perché queste possibilità diventino reali, è necessaria ancora una cosa: la velocità. Per fare accadere tutto in qualsiasi parte del campo, devi correre veloce, giocare veloce, pensare veloce. La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell'individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. […] Quando i barbari pensano alla spettacolarità, pensano a un gioco veloce in cui tutti giocano simultaneamente tritando un numero di possibilità più alto possibile. Se per ottenere questo devono mettere in panchina Baggio lo fanno, e in questo è inscritto un verdetto che troveremo in tutti i villaggi saccheggiati: un sistema è vivo quando il senso è presente ovunque e in maniera dinamica: se il senso è localizzato, e immobile, il sistema muore. […]
Libri 1
10. Stanno ammazzando Flaubert
[…] L'idea che il mondo dei libri sia attualmente sotto assedio da parte dei barbari è oggi tanto diffusa da essere diventata quasi un luogo comune. Nella sua vulgata, direi che poggia su due pilastri: 1) la gente non legge più; 2) chi fa i libri pensa ormai solo al profitto, e l'ottiene. Detta così, è paradossale: è chiaro che se fosse vera la prima, non esisterebbe la seconda. Quindi c'è qualcosa da capire. […] Partiamo da un dato certo: in effetti, da decenni l'industria editoriale dell'occidente aumenta in modo costante e significativo il proprio volume d'affari. […] Sommate tutto, e vi fate l'idea di un sistema che, in ogni suo passaggio, ha scelto di privilegiare l'aspetto commerciale rispetto a qualunque altro.
Per quanto ne so io, un quadro del genere descrive abbastanza fedelmente lo stato delle cose. Ci sono molte eccezioni e bisognerebbe fare molti distinguo, ma in effetti la tendenza sembra quella. Il punto che mi interessa, però, è: che tipo di mondo è stato generato da una mutazione del genere? L'equazione tra commercializzazione spinta e distruzione è reale? L'idea che si tratti di un genocidio in cui stiamo azzerando una civiltà preziosissima è un'idea intelligente, o falsamente intelligente? Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l'enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?
Vorrei che provaste a pensarla così: l'enfasi commerciale, prima di essere una causa, è un effetto: è il quasi automatico defluire di un gesto in un campo improvvisamente spalancato. […] fino alla metà del settecento quelli che leggevano libri erano, sostanzialmente, quelli che li scrivevano: o magari che non li scrivevano ma avrebbero potuto farlo, o che erano fratelli di uno che li scriveva, insomma erano nei paraggi. Era una piccola comunità circoscritta, i cui confini erano determinati dal possesso dell'istruzione e dalla libertà dall'urgenza di un lavoro redditizio. Con l'avvento della borghesia si crearono le condizioni oggettive perché molta più gente avesse le capacità, i soldi e il tempo per leggere: erano lì, ed erano a disposizione. Il gesto con cui li si raggiunse, inventando l'idea (che doveva parere assurda) di un pubblico di lettori che non scrivevano libri, oggi lo chiamiamo: romanzo. Fu un gesto geniale, e lo fu, simultaneamente, da un punto di vista creativo e da un punto di vista di marketing. Il romanzo è il prodotto che ha reso reale un pubblico che era solo potenziale, e che esisteva solo sotto la pelle del mondo. Il fatto che il romanzo abbia prodotto denaro (e tanto) ci appare oggi quasi un corollario trascurabile: ci sembra più significativo il gesto di civiltà che vi riconosciamo: il pervenire a una superiore e formalizzata consapevolezza di sé e a una raffinata idea di bellezza. La distanza storica però non ci deve far perdere la comprensione delle cose reali: il romanzo ottocentesco era pensato per coprire l'intero mercato disponibile, mirava a tutti i lettori possibili, e da Melville a Dumas in effetti li raggiungeva tutti. Se oggi ci sembra un prodotto èlitario, è perché, per quanto spalancato, il campo di gioco di quella editoria rimaneva circoscritto, chiuso dai muri dell'analfabetismo e delle differenze sociali. Ma vorrei essere chiaro: tutto il campo disponibile, il romanzo se lo prese, in una delle operazioni commerciali più grandiose della nostra storia recente. Erano pochi, ma il romanzo se li prese tutti.
(Ora, se pensate al sistema settecentesco dei libri, a ogni sua rotella, non fate fatica a immaginare che l'irrompere del romanzo abbia, ai tempi, squassato tutto, imponendo una nuova logica. Facile che quella vecchia famiglia allargata di colti scrittori-lettori abbia guardato con disgusto a una commercio e a una produzione che metteva libri in mano a signore impreparate e garzoni che appena sapevano leggere. E infatti il romanzo borghese, ai suoi albori, fu percepito come una minaccia, e come un oggetto sostanzialmente nocivo (i medici, spesso, lo vietavano): di certo dovette apparire come uno smottamento del tratto nobile del gesto di scrivere e leggere. Facile che lo si attribuisse a un avida volontà di successo e di guadagno. E' un panorama che vi ricorda qualcosa?)
[…] L'illusione ottica che genera in noi la sensazione di un oggetto sofisticato e èlitario nasce dal fatto che quelle platee sono state, almeno fino agli anni 50 del novecento, molto ristrette, effettivamente èlitarie: ma ciò che le chiudeva al resto del mondo non era tanto una loro scelta selettiva di qualità, quanto la realtà sociale che ne limitava il raggio d'azione alle fasce più forti della popolazione. […] Prendete l'Italia degli anni 50. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì. Nella qualità dei libri, nella statura degli addetti ai lavori e perfino nelle modalità del lavoro e della commercializzazione (la piccola libreria, i recensori insigni, i risvolti fatti da Calvino) quegli anni sembrano rappresentare per noi il paradiso perduto. Ma che Italia era quella? Com'era, esattamente il campo in cui giocavano?
[…] Dico questo per tracciare i bordi del campo: indipendentemente da quello che avrebbero voluto fare, ai tempi quelli che vendevano libri lo potevano fare in un mercato oggettivamente piccolo. Oggi sappiamo che quell'ecosistema piuttosto angusto generò professionalità sublimi, autori geniali e riti nobilissimi. Ma c'è qualcosa che ci autorizza a pensare che tutto ciò sia nato in virtù di una ritrosia a commercializzare quel mondo, privilegiando la qualità delle persone e dei gesti? Credo di no. Ancora una volta, mi sembra piuttosto che loro possedessero tutto il campo possibile, con normale istinto commerciale, e ciò che noi oggi riconosciamo come qualità fosse esattamente l'espressione dei bisogni della ristretta comunità a cui si rivolgevano: perfino uno specchio delle loro abitudini, dei loro riti quotidiani (il libraio, la terza pagina dei giornali, la libreria in salotto...). Tutto il mercato che c'era, loro lo abitavano, e davano a quel mercato esattamente quel che chiedeva, sia nei prodotti, sia nei modi con cui li porgevano.
[…] Quel che voglio dire è che, nonostante le apparenze, contrapporre un'editoria di qualità del passato a un'editoria commerciale del presente è un modo inesatto di porre i termini della questione. In realtà sembrerebbe più plausibile ammettere che l'editoria si è sempre spinta fino ai limiti possibili della commercializzazione, con l'istinto che qualsiasi gesto ha di abitare tutto il terreno disponibile. Quello che possiamo registrare è che, in una certa contingenza storica, e in una certo panorama sociale, un'editoria costretta alla piccolezza da precisi blocchi sociali ha espresso una qualità (di prodotti, di modi) che era l'espressione esatta dei bisogni della microcomunità a cui si rivolgeva. Ma non sceglievano la qualità invece che il mercato: trovavano la qualità nel mercato.
Tutto ciò inclinerebbe a pensare che, di per sé, la commercializzazione spinta, come effetto dell'istinto a possedere tutto il mercato possibile, non è una causa sufficiente a motivare il massacro della qualità. Non lo è mai stato. Quindi, se continuiamo a percepire un'aria di apocalisse e invasione barbarica, dobbiamo chiederci piuttosto da cosa sia, veramente, generata, vietandoci la facile risposta che è tutta colpa di una cosca di affaranti. In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all'opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? […]
Libri 2
11. Tutti i figli della stessa illusione
[…] La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato […] Il responso di tecnici anche molto scettici sulla piega che il mercato dei libri sta prendendo, è che quella letteratura ha goduto dell'ampliamento del mercato: vende un po' di più, alle volte molto di più, praticamente mai molto di meno. […] Quello che ci induce a pensare il contrario è la prospettiva, il gioco delle proporzioni: […] Così, il mercato dei libri finisce per sembrarci come un enorme uovo al paletto, in cui il rosso, più grande che in passato, è l'editoria di qualità, e il bianco, dilagato a proporzioni enormi, è tutto il resto. In questo senso, volendo capire i barbari, quel che bisognerebbe fare è capire quel bianco […]
Il bianco è fatto di libri che non sono libri. La maggior parte di quelli che oggi comprano libri, non sono lettori. […] i barbari usano il libro per completare sequenze di senso che sono generate altrove. Quel che rifiutano, che non li interessa, è il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro: questo lo ritengono povero di senso. Non è inseribile in nessuna sequenza trasversale, e quindi gli deve parere terribilmente asfittico. O quanto meno: non è quello il gioco che sanno fare. […] i barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l'uso sono date in posti che NON sono libri.Riassumo: se uno va a vedere il bianco dell'uovo trova molti atteggiamenti semplicistici, ma anche l'affacciarsi di un'idea, strana e non idiota: il libro come nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali. Quest'idea è talmente lontana dall'essere idiota che ha iniziato perfino a modificare il rosso dell'uovo, a contagiarlo. […]
[…]Per me resta, ad esempio, formidabile il caso dei libri venduti insieme ai quotidiani.
[…]Spiegazioni ce ne possono essere tante. Ma per quel che importa a noi, in questo libro, la cosa illuminante è una: quel modo di vendere i libri dava l'impressione che quei libri fossero un segmento di una sequenza più ampia, che la gente usava correntemente, con grande fiducia e soddisfazione: erano un prolungamento del mondo di Repubblica, o del Corriere della sera, o della Gazzetta dello sport. La promessa, sottintesa, era che leggere Flaubert sarebbe stato un gesto perfettamente collocabile in sequenza col ricevere le notizie, avere quei gusti culturali, condividere una certa passione politica o praticare un medesimo hobby. La promessa, ancor più sottintesa, era che in qualche modo chi leggeva quel giornale aveva le istruzioni d'uso per poter far funzionare quegli strani oggetti-libro. In realtà non era così, perché poi Faulkner resta Faulkner, anche se ve lo mette in mano, con nonchalance, Eugenio Scalfari: per cui probabilmente li hanno comprati ma poi non li hanno letti: ma è bastato che qualcuno schiudesse la possibilità concettuale che Faulkner fosse collocabile in sequenza con altre narrazioni, per far sì che i barbari (o il tratto barbaro che è in noi, anche nei più obsoleti passatisti) rispondessero con istintivo entusiasmo. Risultato: hanno comprato Flaubert persone che mai e poi mai l'avrebbero comprato; e l'hanno ricomprato persone che ne possedevano già due copie. Tutti figli della stessa illusione: che, d'improvviso, l'autoriferimento della letteratura a se stessa si fosse magicamente spezzato. (E poi era simbolicamente così forte il fatto che li si potesse comprare in modo tanto semplice. "Mi dia anche questo, va'." Pochi euro. E via, con Faulkner dentro il giornale. Era veloce. Non sottovalutate questo: era veloce: era un gesto collocabile in una sequenza veloce di altri gesti. Non era andare in libreria, posteggiare, parlare un po' con il libraio e poi scegliere, riprendere la macchina e finalmente poter far altro. Era veloce. Eppure in mano avevi Faulkner, non Dan Brown. La intuite, la micidiale illusione?)
Libri 3
12. Il sapore dell'intuizione preziosa
[…] Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E' un articolo su Guido Piovene. E inizia così: (Piovene) è il terzo grande amico della last generation. […] Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cos'era questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: (La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quell'animo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico. […] Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione. Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. L'incrinatura. L'inizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dell'intuizione preziosa […] D'improvviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava all'orecchio che l'ascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.
Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di un'arte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista […] privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con l'esterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.
Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro le cui istruzioni per l'uso sono date in luoghi che NON sono solamente libri. Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E' una specie di lingua dell'impero, una specie di latino, parlato da tutto l'occidente. E' fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell'impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.
[…] E' spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il Nome della Rosa, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). […] Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per l'uso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. […] Dopo quel libro, non c'è più stato rosso d'uovo al riparo da quella malattia.
[…] Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere l'anima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. […]
Google 1
13. Era un libro su Google
[…] Era come cercare di adunare delle stelle nella figura compiuta di una costellazione: quello sarebbe stato il ritratto dei barbari.
Una innovazione tecnologica che rompe i privilegi di una casta, aprendo la possibilità di un gesto a una popolazione nuova.
L'estasi commerciale che va ad abitare quell'ingigantimento dei campi da gioco.
Il valore della spettacolarità, come unico valore intoccabile.
L'adozione di una lingua moderna come lingua base di ogni esperienza, come precondizione a qualsiasi accadere.
La semplificazione, la superficialità, la velocità, la medietà.
La pacifica assuefazione all'ideologia dell'impero americano.
Quell'istinto al laicismo, che polverizza il sacro in una miriade di intensità più leggere, e prosaiche.
La stupefacente idea che qualcosa, qualsiasi cosa, abbia senso e importanza solo se riesce a inserirsi in una più ampia sequenza di esperienze.
E quel sistematico, quasi brutale, attacco al tabernacolo: sempre e comunque contro il tratto più nobile, colto, spirituale di ogni singolo gesto.
Non ho dubbi, lo devo dire sinceramente, non ho dubbi che quello sia il loro modo di combattere. Non ho dubbi sul fatto che tutte quelle mosse loro le fanno simultaneamente, e quindi rappresentano ai loro occhi una mossa sola, siamo noi che siamo ciechi e non lo capiamo, per loro è molto semplice, è l'animale che corre, amen. E noi non lo capiamo, ma sotto sotto già abbiamo metabolizzato quel movimento, quella corsa, la conosciamo, in un certo modo, senza volerla conoscere, ma la conosciamo. A tal punto che quando uno di quegli elementi manca, non risponde all'appello, noi lo cerchiamo, sissignore, lo andiamo a cercare, perché ci manca. Come nel caso dei libri, pensateci, dove c'è tutto tranne l'invenzione tecnologica […] Sarebbe così più comprensibile tutto quanto, se già l'umanità leggesse su un unico supporto gommoso senza fili, su cui, a piacimento, comparissero i giornali, i libri, i fumetti, e links di tutti i tipi, e foto e film, sarebbe così più semplice capire perché Faulkner non lo legge più nessuno. Sarebbe più comprensibile l'animale, mentre invece così, senza le gambe posteriori, sembra solo uno scherzo grottesco, e dunque un'apocalisse senza ragione. (E infatti il villaggio dei libri è a tutt'oggi molto più una città aperta, in cui coabitano due civiltà, che un saccheggio compiuto in cui ha vinto una nuova cultura. Il tempo di inventare l'oggetto gommoso senza fili, e allora sì sarà un bel bagno di sangue intellettuale.)
Così non ho dubbi, e so che il ritratto dei barbari è nascosto là dentro, ed è inscritto in quelle poche righe, in quella specie di lista della spesa. […] a un certo punto, a furia di dormire su quella lista della spesa, l'animale l'ho visto, oh yes, era lì e correva, e si lasciava vedere. Non nitidamente, è ovvio, se ne correva nel fitto del bosco, si poteva giusto vederlo da lontano, ma era proprio lui, o almeno io credo che fosse proprio lui. E dove c'erano stelle, eccola là, una costellazione. E' tipico del mio non essere un barbaro, il fatto che tutto sia iniziato leggendo un libro. Non era Kant, neppure Benjamin, 'sta volta. Era un libro su Google.[…]
Google 2
14. Rendere accessibile tutto il sapere
[…] Google, è di fatto quel che di più simile all'invenzione della stampa ci sia stato dato di vivere. […]
Google 3
15. La velocità è generata dalla qualità
[…] Google nasce da lì. Dall'idea che le traiettorie suggerite da milioni di links avrebbero scavato i sentieri guida del sapere. […] Quello che mi interessa è isolare il principio attorno a cui è stato costruito Google, perché credo che lì ci sia una specie di trailer della mutazione in atto. Ne do più brutalmente possibile una prima enunciazione imperfetta: il valore di un'informazione, nel web, è dato dal numero di siti che vi indirizzano verso di lei: e quindi dalla velocità con cui, chi la cerca, la troverà. […] La velocità è generata dalla qualità, non il contrario. I proverbi, diceva Benjamin con una bella espressione, sono geroglifici di un racconto: la pagina web che trovate in testa ai risultati di Google è il geroglifico di tutto un viaggio, fatto di link in link, attraverso l'intera rete.
E adesso, molta attenzione. Quello che mi colpisce, di un simile modello, è che riformula radicalmente il concetto stesso di qualità. L'idea di cosa è importante e cosa no. Non che distrugga completamente il nostro vecchio modo di vedere le cose, ma certo lo travalica, per così dire […]
Ecco: quel che c'è da imparare, da Google, è quel nome. Io non saprei trovarlo, ma credo di intuire la mossa che nomina. Un certa rivoluzione copernicana del sapere, per cui il valore di un'idea, di un'informazione, di un dato, è legata non principalmente alle sue caratteristiche intrinseche ma alla sua storia. E' come se dei cervelli avessero iniziato a pensare in altro modo: per essi un'idea non è un oggetto circoscritto, ma una traiettoria, una sequenza di passaggi, una composizione di materiali diversi. E' come se il Senso, che per secoli è stato legato un'ideale di permanenza, solida e compiuta, si fosse andato a cercare un habitat diverso, sciogliendosi in una forma che è piuttosto movimento, struttura lunga, viaggio. Chiedersi cos'è una cosa, significa chiedersi che strada ha fatto fuori da se stessa.
Lo so che l'ermeneutica novecentesca ha già prefigurato, in maniera molto sofisticata, un paesaggio del genere. Ma adesso che lo vedo diventato operativo in Google, nel gesto quotidiano di miliardi di persone, capisco forse per la prima volta quanto esso, preso sul serio, comporti una reale mutazione collettiva, non un semplice aggiustamento del sentire comune. Quel che insegna Google è che c'è oggi una parte enorme di umani per la quale, ogni giorno, il sapere che conta è quello in grado di entrare in sequenza con tutti gli altri saperi. Non c'è quasi altro criterio di qualità, e perfino di verità, perché tutti se li ingoia quell'unico principio: la densità del Senso è dove il sapere passa, dove il sapere è in movimento: tutto il sapere, nulla escluso. L'idea che capire e sapere significhino entrare in profondità in ciò che studiamo, fino raggiungerne l'essenza, è una bella idea che sta morendo: la sostituisce l'istintiva convinzione che l'essenza delle cose non sia un punto ma una traiettoria, non sia nascosta in profondità ma dispersa in superficie, non dimori dentro le cose, ma si snodi fuori da esse, dove realmente incominciano, cioè ovunque. In un paesaggio del genere, il gesto di conoscere dev'essere qualcosa di affine al solcare velocemente lo scibile umano, ricomponendo le traiettorie sparse che chiamiamo idee, o fatti, o persone. Nel mondo della rete, a quel gesto hanno dato un nome preciso: surfing (coniato nel 1993, non prima, preso in prestito da quelli che cavalcano le onde su una tavola; di solito scopano molto). […]
Esperienza
16. E il disegno è veloce o non è nulla
[…]Quel che posso farvi capire dei barbari, eccolo qui.
[…]Probabilmente, quello che in Google è un movimento che insegue il sapere, nel mondo reale diventa il movimento che cerca l'esperienza.
Vivono, gli umani, e per loro l'ossigeno che garantisce la non-morte è dato dall'accadere di esperienze. Tanto tempo fa, Benjamin, sempre lui, insegnò che fare esperienza è una possibilità che può anche venire a mancare. Non è data automaticamente, nel corredo della vita biologica. L'esperienza è un passaggio forte della vita quotidiana: un luogo in cui la percezione del reale si raggruma in pietra miliare, ricordo, e racconto. E' il momento i cui l'umano prende possesso del suo reame. Per un attimo ne è padrone, e non servo. Fare esperienza di qualcosa, significa salvarsi. Non è detto che sia sempre possibile.
Posso sbagliarmi, ma io credo che la mutazione in atto, che tanto ci sconcerta, sia riassumibile interamente in questo: è cambiato il modo di fare esperienze. C'erano dei modelli, e delle tecniche, e da secoli portavano al risultato di fare esperienza: ma in qualche modo, a un certo punto, hanno smesso di funzionare. Per essere più precisi: non c'era nulla di rotto, in loro, ma non producevano più risultati apprezzabili. […] Modelli nuovi, tecniche inedite: e ha ricominciato a fare esperienza. […] l'esperienza, per i barbari, è qualcosa che ha forma di stringa, di sequenza, di traiettoria: implica un movimento che inanella punti diversi nello spazio del reale: è l'intensità di quel lampo.
Non era così, e non è stato così per secoli. L'esperienza, nel suo senso più alto e salvifico, era legata alla capacità di accostarsi alle cose, una per una, e di maturare un'intimità con esse capace di dischiuderne le stanze più nascoste. Spesso era un lavoro di pazienza, e perfino di erudizione, di studio. Ma poteva anche accadere nella magia di un istante, nell'intuizione lampo che scendeva fino in fondo e riportava a casa l'icona di un senso, di un vissuto effettivamente accaduto, di un'intensità del vivere. Era comunque una faccenda quasi intima fra l'uomo e una scheggia del reale: era un duello circoscritto, e un viaggio in profondità.
Sembra che per i mutanti, al contrario, la scintilla dell'esperienza scocchi nel veloce passaggio che traccia tra cose differenti la linea di un disegno. E' come se nulla, più, fosse esperibile se non al'interno di sequenze più lunghe, composte da differenti "qualcosa".
Perché il disegno sia visibile, percepibile, reale, la mano che traccia la linea deve essere veloce, dev'essere un unico gesto, non la vaga successione di gesti diversi: è un unico gesto, completo. Per questo deve essere veloce, e così fare esperienza delle cose diventa passare in esse per il tempo necessario a trarne una spinta sufficiente a finire altrove. Se su ogni cosa il mutante si soffermasse con la pazienza e le attese del vecchio uomo con i polmoni, la traiettoria si disferebbe, il disegno andrebbe in pezzi. Così il mutante ha imparato un tempo, minimo e massimo, in cui dimorare nelle cose. E questo lo tiene inevitabilmente lontano dalla profondità, che per lui è ormai un'ingiustificata perdita di tempo, un'inutile impasse che spezza la fluidità del movimento. Lo fa allegramente perché non è lì, nella profondità, che trova il senso: è nel disegno. E il disegno è veloce, o non è nulla.
[…] In generale, i barbari vanno dove trovano sistemi passanti. Nella loro ricerca di senso, di esperienza, vanno a cercarsi gesti in cui sia veloce entrare e facile uscire. Privilegiano quelli che invece che raccogliere il movimento, lo generano. Amano qualsiasi spazio che generi un'accelerazione. Non si muovono in direzione di una meta, perché la meta è il movimento. Le loro traiettorie nascono per caso e si spengono per stanchezza: non cercano l'esperienza, lo sono. Quando possono, i barbari costruiscono a loro immagine i sistemi in cui viaggiare: la rete, per esempio. Ma non gli sfugge che la gran parte del terreno percorribile è fatto da gesti che loro ereditano dal passato, e dalla loro natura: vecchi villaggi. Allora quel che fanno è modificarli fino a quando non diventano sistemi passanti: noi chiamiamo questo, saccheggio.
Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. […] La noia era una componente naturale del tempo che passava. Era un habitat, previsto e apprezzato. Benjamin, ancora lui: la noia è l'uccello incantato che cova l'uovo dell'esperienza. Bello. E il mondo in cui siamo cresciuti la pensava proprio così. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui, appena gli rallentate intorno il mondo. E soprattutto: capite quanto gli sia estranea l'ipotesi che la noia covi qualcosa di diverso da una perdita di senso, di intensità. Una rinuncia all'esperienza. […] il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un'attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro intendono per esperienza. Suona male, ma cercate di capire: non è un modo di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti: è un modo di farne uno solo, molto importante. Per quanto possa sembrare clamoroso, non hanno l'istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. E' un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. […] qualsiasi cosa percepiamo della mutazione in atto, dell'invasione barbarica, occorrerà guardarla dall'esatto punto in cui siamo adesso: e comprenderla come una conseguenza della trasformazione profonda che ha dettato una nuova idea di esperienza. Una nuova localizzazione del senso. Una nuova forma del percepire. Un nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei esagerare, ma certo che mi verrebbe da dire: una nuova civiltà. […]
Anima
17. Il varco verso una qualche spiritualità
[…] Il movimento è il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. L'anima, ad esempio. […] Sospetto perfino che sia, consciamente o meno, il suo obbiettivo principale. Il barbaro non perde l'anima per caso, o per leggerezza, o per uno errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno.
[…] avevamo in mente qualcosa che ci sembra fare corpo con l'essenza stessa dell'essere umani: l'idea che l'uomo abbia in sé una dimensione spirituale (non religiosa, spirituale) capace di elevarlo oltre la sua natura puramente animale. Ora ci si dovrebbe chiedere: ma questa idea, da dove viene? E soprattutto: c'è sempre stata, o siamo passati anche da fasi di civiltà che ne facevano a meno?
[…] Per lunghissimo tempo, in realtà, l'occidente ha subordinato la rivendicazione di una qualche spiritualità umana alla benevolenza di un'autorità divina. Il luogo dello spirito era il campo della religiosità. Abbiamo chiamato Umanesimo l'istante, lunghissimo, in cui, ereditando intuizioni che venivano da lontano, un'élite intellettuale iniziò a immaginare che l'uomo portasse dentro di sé un orizzonte spirituale non riconducibile, semplicemente, alla sua fede religiosa. Ma non fu un'acquisizione facile né scontata. Prima che diventasse realmente dominio collettivo, comune sentire, passarono altri secoli. La fatica con cui l'intelligencija mise a fuoco gli strumenti per farla diventare reale, è nulla rispetto all'estraneità che per secoli la gente, la gente comune, dovette provare per una simile prospettiva. Non credo di dire una bestemmia se dico che, per lunghissimo tempo, l'idea di una dimensione laicamente spirituale dell'umano, restò, in occidente, privilegio di una casta superiore, di ricchi e intellettuali: per gli altri, c'era la religione rivelata. Ma non era la stessa cosa. Non è la cosa a cui alludiamo quando diciamo "anima", e pensiamo al gesto dei barbari che la cancellano.
Ciò a cui pensiamo, quando diciamo anima, è qualcosa che in realtà è stato inventato abbastanza di recente. E' un brevetto della borghesia ottocentesca. Furono loro a far diventare di dominio comune la certezza che l'umano avesse, in sé, il respiro di un riverbero spirituale, e custodisse, in sé, la lontananza di un orizzonte più alto e nobile. Dove lo custodiva? Nell'animo.
Ne avevano bisogno. Adesso occorre capire che ne avevano bisogno. Erano praticamente i primi, da secoli, che cercassero di possedere il mondo senza detenere un'aristocrazia di rango sancita in modo quasi trascendente, se non direttamente per decreto divino. Loro avevano astuzia, intraprendenza, denaro, volontà. Ma non erano destinati al dominio, e alla grandezza. Avevano bisogno di trovare quel destino in se stessi: di dimostrare che una certa quale grandezza la possedevano senza bisogno che nessun altro gliela concedesse, né uomini, né re, né Dio. Per questo accelerarono a dismisura quel cammino che veniva da lontano, su dai greci del quinto secolo, passando per Cartesio e per la rivoluzione scientifica: riuscirono in un tempo sorprendente ad allestire quella grandezza, perfino mettendo a fuoco gli strumenti, disponibili a tutti, per coltivarla e trovarla in sé. Il complesso di idee, mode, opere d'arte, nomi, miti e eroi con cui fecero diventare questa ambizione un sentire collettivo, e addirittura comune, noi lo chiamiamo Romanticismo. […]
Musica classica
18. Beethoven si sarebbe potuto fermare lì
Non c'è nulla come la musica classica, per capire cosa avessero in testa i romantici. […]
In realtà, a voler essere cinicamente esatti, fu con Beethoven che nacque, davvero, l'idea di musica classica che noi abbiamo ereditato e che ancora usiamo. […] Non a caso Beethoven fu praticamente il primo a comporre simultaneamente per l'aristocrazia settecentesca e per la ricca borghesia del primo ottocento: stava in bilico su un confine, e aveva tutta l'aria di un testimone che sanciva la staffetta dal potere aristocratico a quello borghese. Il fatto che fosse apprezzato da entrambe dà un'idea della vertiginosa ricchezza di quel che fece: era una musica capace di emozionare due civiltà diverse e, in certo senso, antitetiche.
Il gesto strategicamente geniale dei romantici fu quello di adottarlo come padre fondatore di ciò che avevano in mente. E' difficile dire se a lui sarebbe piaciuto, ma loro lo fecero, e in questo dimostrarono un'astuzia e un'intelligenza sbalorditive. Beethoven fu per loro il lasciapassare per una nuova civiltà. […]
La Nona non era musica romantica: ma fondava il campo da gioco della musica romantica. Inventava e sanciva per sempre l'esistenza di uno spazio intermedio tra natura e divinità, tra la materiale eleganza dell'umano e il trascendentale infinito del sentimento religioso. Lì, precisamente lì, l'uomo borghese avrebbe collocato se stesso. Quando noi, eredi del romanticismo, usiamo generiche espressione come anima o spiritualità, indichiamo quello spazio. Quella terra intermedia.
La musica classica è stata per secoli uno dei modi più precisi per abitare quella terra. […] C'è un momento esatto in cui ha iniziato ad andare in crisi: quando si sono fatti vivi i primi barbari.
Quello della musica classica è indubbiamente uno dei villaggi usciti peggio dall'invasione barbarica. Il suo evidente rifarsi a una civiltà del passato (addirittura maniacale nella fissazione su un repertorio fatalmente circoscritto) l'ha lasciato praticamente senza difese. I barbari, come abbiamo visto, non hanno l'istinto a distruggere e basta: quel che immediatamente cercano di fare è convertire quel che trovano in sistema passante. Ma la musica classica offre una resistenza a una simile metamorfosi che altri gesti non sfoggiano. Più che distruggere, allora, se ne sono semplicemente andati.
[…] il senso dell'operazione era di farvi vedere da vicino cosa intendiamo con espressioni come anima o spiritualità. Volevo portarvi a pensare che non sono tratti costitutivi dello stare in terra, ma derivano da un processo storico che ha avuto un suo inizio e probabilmente avrà una sua fine. E' altrettanto importante capire che noi usiamo quelle categorie nella formulazione che ne ha dato un preciso gruppo sociale in un preciso momento storico. Fa perfino sorridere dirlo, ma non abbiamo ancora cessato di usare parole d'ordine romantiche. E la resistenza che facciamo all'invasione barbarica spesso si riduce a un'inconsapevole difesa di principi romantici coniati secoli fa. […]
Monsieur Bertin
19. Strabordando con arrogante ineleganza
Eccolo qui. Monsieur Bertin. Anno 1833. […]
Monsieur Rivière
20. L'aspirazione borghese al dominio
[…] Quella certa idea di anima e di spiritualità è stata, in un certo contesto storico, una necessità. […]
Fatica
21. Si sono inventati l'uomo orizzontale
Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l'idea che l'uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente respira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell'animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l'unica, per i laici, e sarà invece grembo dell'incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. […] Facciamo fatica a immaginare che l'uomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema. Ma ciò che ci accade intorno, in questi tempi, ci costringe a rimettere in movimento le nostre certezze. Se la smettete per un attimo di considerare i barbari una degenerazione patologica che porterà allo svuotamento del mondo, e provate a immaginare che il loro sia un modo di tornare a essere vivi, scappando dalla morte, allora la domanda che vi dovete porre è: cos'è mai questa strada inedita che cerca il senso della vita attraverso l'eliminazione dell'anima? E ancor prima: cosa c'è, nell'anima, che li spaventa, che li respinge, come se fosse un luogo di morte invece che di vita?
Io ho in mente due risposte possibili: […] La prima ha a che vedere con il piacere. E con la verità. Terreno minato. Ma proviamoci. Nel paesaggio di monsieur Bertin c'era una categoria che la faceva da padrona: la fatica. Lo dico nel modo più semplice: l'accesso al senso profondo delle cose prevedeva una fatica: tempo, erudizione, pazienza, applicazione, volontà. Si trattava, letteralmente, di andare in profondità, scavando la superficie petrosa del mondo. […] A un ascoltatore di Vivaldi l'idea di risentire le Quattro Stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi d'artificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. […] Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e l'applicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a un'aristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.
L'applicazione su larga scala - e in certo modo la degenerazione - di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. […] Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che la sproporzione ormai fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nell'istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dell'individuo. E' il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogame?). […] Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, e sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? […] Quella fatica è diventato un golem, e una micidiale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui l'accesso al cuore delle cose era un questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dilettevole per monsieur Bertin?
Così i barbari si sono inventati l'uomo orizzontale. […] Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l'hanno sostituito, istintivamente, con il surfer. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell'esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all'annientamento del movimento, e quindi della vita. Pensate che non sia faticosa una cosa del genere? Certo che lo è, ma di una fatica per cui i barbari sono costruiti: è un piacere, per loro. E' una fatica facile. E' la fatica in cui si sentono grandi, e sicuri di sé. Mister Bertin.
[…] Bisognerebbe arrivare a pensare che non è un modo di eliminare la tensione spirituale dell'uomo, e di annientarne l'anima. E' un modo di superare l'accezione borghese, ottocentesca e romantica di quell'idea. Il barbaro cerca l'intensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha le strade sue, per molti di noi imperscrutabili o scandalose. […]
proverò ad abbozzare un'altra buona ragione per far fuori monsieur Bertin. Ha a che vedere con la sofferenza, e con la guerra. […]
Guerra
22. L'allergia per la profondità
[…] Pensate anche solo a questo: è logico pensare che quella pretesa di spiritualità, di nobiltà d'animo e di pensiero, rappresentasse per molti borghesi un traguardo tanto necessario quanto impervio; ed è logico pensare che molta di quella tensione spirituale, cercata invano da molti individui in se stessi, sia defluita nella più agevole prospettiva di una spiritualità collettiva, generale: l'idea, alta, di nazione, se non addirittura di razza. Ciò che non era immediatamente rinvenibile nella pochezza dell'individuo, risultava evidente nel destino di un popolo, nelle sue radici mitiche, e nelle sue aspirazioni. Il fatto che una simile accumulazione di senso si sia concentrata maniacalmente su un ideale circoscritto e in fondo acerbo, quello della identità nazionale, può aiutare a capire come in un tempo relativamente breve la difesa di quel perimetro mentale e sentimentale sia diventata questione di vita o di morte. Una volta intrapresa una via quasi darwiniana in cui l'elemento spiritualmente più nobile maturava il diritto al dominio, non era poi semplice fermarsi alla distanza giusta dal disastro. La stessa cultura borghese, del resto, non sembrava avere in sé gli antidoti a una simile escalation. […] I barbari non tengono in gran conto la storia. Ma certo la mossa istintiva con cui rifuggono dal potere salvifico dell'anima ha molto l'aspetto del bambino che evita il tubo di scappamento su cui si è bruciato. E' qualcosa di meno di un ragionamento: è una mossa nervosa, animale. Cercano un contesto (una cultura) in cui un secolo come il novecento ritorni ad essere assurdo, come avrebbe dovuto apparire anche a quelli che lo fabbricarono. E se pensate al surfing mentale, all'uomo orizzontale, al senso disperso in superficie, all'allergia per la profondità, allora qualcosa potete intuire dell'animale che va a cercarsi un habitat che lo tenga al riparo dal disastro dei padri. Il tempo corto in cui dimorano nei pensieri non sembra un sistema per vietarsi pensieri che possano generare idolatrie? E quel modo di cercare la verità delle cose nella rete che intrattengono in superficie con altre cose, non sembra un'infantile ma precisa strategia per evitare di affossarsi in una verità assoluta e fatalmente di parte? E la paura per la profondità non è forse, anche, un riflesso condizionato dell'animale che ha imparato a sospettare di ciò che ha radici troppo profonde, tanto profonde da avvicinarsi al pericoloso statuto del mito? E il continuo svilimento della riflessione, che va a cercarsi forme volgari o commistioni impensabili, non sembra figlia dell'istinto a portarsi dietro, sempre, un antidoto alle proprie idee, prima che sia troppo tardi? […] Comunque: hanno paura di pensare serio, di pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro. Non è una memoria da rispettare? O almeno: da capire?
[…] Ecco una cosa inutile, a proposito dei barbari: averne paura. Dato che mi son scelto il compito di provare a disegnarli, come un naturalista d'altri tempi, avevo bisogno giusto di adottare, insieme a voi, le lenti giuste per vederli. Adesso che l'ho fatto posso portarvi nell'ultima parte di questo libro. Una serie di abbozzi: disegnini dei barbari. Ho in mente di tornare indietro a rivedere certe loro apparenti aberrazioni e riconoscervi il profilo di una figura, alla luce delle cose scoperte fin qua. […]
Spettacolarità
23. Dove noi cerchiamo risposta
Delizioso, quando si scollina, e, in un libro, intravedi la discesa. Per chi scrive e per chi legge.
[…] Per quello che ci ho capito io, il punto esatto in cui scatta la loro differenza è la valutazione di cosa possa significare, oggi, fare esperienza. Si potrebbe dire: incontrare il senso. E' lì che loro non si riconoscono più nel galateo della civiltà che li aspetta: e che, ai loro occhi, riserva solo cervellotiche non-esperienze. E vuoti di senso. E' lì che scatta questa loro idea di uomo orizzontale, di senso distribuito in superficie, di surfing dell'esperienza, di rete di sistemi passanti: l'idea che l'intensità del mondo non si dia nel sottosuolo delle cose, ma nel bagliore di una sequenza disegnata in velocità sulla superficie dell'esistente. Non saprei valutare se sia una buona idea o no, e forse non è nemmeno quello che voglio fare in questo momento: adesso mi interessa invece ricordare come tutti i tratti disturbanti e scandalosi che noi riconosciamo nello stile barbaro si motivino alla luce di quella prima mossa. Poi magari restano scelte che non condividiamo, ma è importante capire che sono sezioni di un paesaggio coerente, e fondato. Mi rendo conto che è dalle prime pagine di questo libro che vi sfinisco con questa storia della coerenza barbara, e che non sono una malattia senza spiegazioni, e che l'animale è uno […] Ci sono delle premesse, e ci sono delle conseguenze. Ricucire le prime alle seconde, please. […] Così, quel che farò in questa benedetta discesa, è annotare tutta una serie di sintomi di barbarie e ricollocarli nel paesaggio che è il loro. […]
1. Spettacolarità.
Dico spettacolarità, ma è per usare un eufemismo. In realtà parlo di tutta un'area di cose fastidiose che ruota intorno a espressioni come seduzione, virtuosismo, doping, e a aggettivi tipo facile, piacione, ruffiano. Che siano vini, modi di giocare a calcio, libri o palazzi, cercate i commenti della civiltà alle invasioni barbariche e ci troverete spesso almeno una di quelle espressioni. Il disagio è autentico, e testimonia davvero di una civiltà in cui, evidentemente, si era stabilita un'idea abbastanza precisa dell'equilibrio che ci deve essere, in qualsiasi artefatto, tra forza della sostanza e tratto seduttivo di superficie. Se volete, il termine totemico di kitsch definisce abbastanza bene il confine di quell'equilibrio: quando il tratto seduttivo straborda oltre il lecito o, peggio, si esibisce in assenza di qualsiasi sostanza degna di nota, scatta il kitsch. Tutto molto logico.
[…] Ciò che spesso dà fastidio, nella spettacolarità, è il suo nesso con la facilità, e quindi con l'attenuarsi della fatica. […] Pensate a questo esempio: cosa c'è di più spettacolare e dopato della prosa di Gadda? Poco, in letteratura. E allora come mai, d'incanto, quelle espressioni ci sembrano, nel suo caso, tutt'altro che negative? Una delle risposte possibili è: perché quella spettacolarità, e quell'uso dopato del linguaggio creano difficoltà, non facilità: moltiplicano la fatica e attraverso di essa conducono nel sottosuolo. […] Ma la spettacolarità dei barbari non produce fatica. La spettacolarità, in quello che fanno, appare giusto come una scorciatoia, una facilitazione, una droga. In più, spesso, sembra effettivamente avvitata su una sostanza appena appena percepibile, comunque friabile, spesso proveniente da modelli forniti proprio dalla civiltà, rimasticati e erosi. […]
Ma il punto di vista del barbaro, qual è?
Intanto, lui, della fatica, se ne frega. Non perché è scemo (non sempre, là), ma perché per lui, come abbiamo visto, non è un valore. O meglio: non essendo più un piacere, com'era per monsieur Bertin, non è un valore. Con una pervicacia che ha dell'ammirevole, il barbaro ha smesso di pensare che la via per il senso passi per la fatica, e che il sangue del mondo scorra in profondità dove solo un duro lavoro di scavo può raggiungerlo. […] Dunque il barbaro fa saltare uno dei criteri per avere in sospetto la spettacolarità. Il bello è come disintegra l'altro.
Se, di fatto, voi credete che il senso si dia in forma di sequenza e con l'aspetto di una traiettoria tracciata attraverso punti differenti, allora ciò che vi sta veramente a cuore è il movimento: la possibilità reale di spostarvi da un punto all'altro nel tempo sufficiente a non far svanire la figura complessiva. Ora: da cosa è generato quel movimento, cosa lo mantiene vivo? […] Il propellente di quel movimento è fornito, anche, dai punti in cui passa: che non consumano energia, come succedeva per monsieur Bertin (la fatica), ma la forniscono. In pratica il barbaro ha delle chances di costruire vere sequenze di esperienza solo se ad ogni stazione del suo viaggio riceve una spinta ulteriore: non sono stazioni, sono sistemi passanti che generano accelerazione […] Si potrebbe affermare che l'incubo del barbaro è rimanere invischiato dai punti in cui transita, o rallentato dalla tentazione di un'analisi, o addirittura fermato da un'inopinata deviazione verso la profondità. Per questo tende a cercare stazioni di passaggio che invece di trattenerlo, lo espellono. Cerca la cresta dell'onda, per poter surfare da dio. Dove la trova? Dove c'è quello che noi chiamiamo spettacolarità. La spettacolarità è un misto di fluidità, di velocità, di sintesi, di tecnica che genera un'accelerazione. […] Il barbaro va dove trova la spettacolarità perché sa che lì diminuisce il rischio di fermarsi. Dice: perché lì diminuisce il rischio di pensare, ecco la verità. Sì e no. Pensa meno, il barbaro, ma pensa reti indubbiamente più estese. Copre in orizzontale il cammino che siamo abituati a immaginare in verticale. Pensa il senso, tale e quale a noi: ma a modo suo.
[…] Se un tempo, dunque, l'equilibrio da salvaguardare era quello tra la forza di una sostanza e la seduzione della superficie, per il barbaro il problema si presenta in termini profondamente mutati: perché per lui la seduzione è una forma di forza, e la superficie è il luogo, esteso, della sostanza. Dove noi vediamo un'antitesi, o quanto meno due elementi di pasta diversa, lui vede un unico fenomeno. Dove noi cerchiamo una risposta, per lui non esiste la domanda.
Così, quando la civiltà critica, nell'artefatto barbaro, il tratto ruffiano, dopato, facile, dice simultaneamente una cosa vera e una falsa. E' vero che quel tratto è presente, ma è falso che questo sia, quanto meno nella logica barbara, un difetto. E' sostanza, non è accidente, si sarebbe detto un tempo. In quel tratto il barbaro disintegra il totem della fatica (e tutta la cultura che ne conseguiva) e si assicura la sopravvivenza del movimento (fondamento della sua cultura). Va da sé che restano criteri di buon gusto e di misura con cui giudicare, di volta in volta, l'artefatto venuto meglio e quello venuto peggio. Ma credo di poter dire che quando noi critichiamo nell'artefatto barbaro l'enfasi del tratto spettacolare, seduttivo, ruffiano, assomigliamo a uno che, davanti a una giraffa, scuotesse la testa comentando: gambe e collo troppo lunghi, un orrore. Il problema è che quello non è un cavallo oblungo e riuscito male: è una giraffa. Animale splendido: tanto tempo fa, era un regalo speciale, riservato ai re.
Volete un esempio che forse vi chiarirà tutto? Il cinema. […]
Nostalgia
24. La spettacolarità generatrice del movimento
2. Cinema
Esempio di come la spettacolarità possa essere sostanza invece che attributo: il cinema. Il baraccone da luna park diventato arte. […]al cinema noi riconosciamo pregiudizialmente, e perdoniamo, una certa essenza spettacolare, necessaria al suo esistere. Nei film hollywoodiani ancora ci attardiamo a misurare il tratto spettacolare, e a valutare quanto la sua presenza nuoccia al senso, all'intelligenza, alla profondità. Ma, perfino lì, è un ragionamento un po' d'accademia, che stride col nostro istintivo adottare quegli stessi film come mitologia del nostro tempo. […] il cinema è quasi un simbolo riassuntivo, e totemico, del procedere barbaro: come restituire in un'unità velocemente percepibile una traiettoria che passa da punti così diversi tra loro. […] E, a livello più sofisticato, quell'eterno braccio di ferro tra il libro e il film, quando si fanno gli adattamenti: […]ti chiedi se quel che è successo non è in fondo, ancora una volta, un classico gesto barbaro: hanno trasformato un libro in un sistema passante. Nella loro logica, lo hanno salvato.
Il cinema come prototipo di ogni sistema passante. Un corso propedeutico all'architettura dei barbari.
[…] 3. Nostalgia.
Non si può capire nulla dei barbari senza capire che la civiltà da cui si sono eclissati continuano a portarsela dentro come una sorta di terra madre di cui non sono stati degni.
[…] Forse perfino il sottile complesso di colpa.
Strane esitazioni, piccoli gesti, inaspettate concessioni alla profondità, infantili solennità.
La mutazione è dolorosa: quindi sempre imperfetta, e incompleta.
4. Sequenze sintetiche.
Nel suo viaggiare in velocità sulla superficie del mondo cercando il profilo di una traiettoria che poi chiama esperienza, il barbaro incontra talvolta stazioni intermedie affatto particolari. Che so, Pulp fiction, Disneyland, Mahler, Ikea, il Louvre, un centro commerciale, la FNAC. Più che stazioni di transito, esse sembrano essere, in modi diversi, il riassunto di un altro viaggio: un condensato di punti radicalmente estranei tra loro ma coagulati in un'unica traiettoria, concepita da qualcuno al posto nostro: e da lui consegnataci. In questo senso offrono al barbaro una chance preziosissima: moltiplicare la quantità di mondo collezionabile nel suo veloce surfing […] Sono tutti macrooggetti anomali: li chiamerei sequenze sintetiche. Suggeriscono l'idea che si possano costruire sequenze proprie inanellando non tanto singoli punti di realtà, quanto concentrati di sequenze formalizzate da altri. Un impressionante effetto moltiplicatore, bisogna ammetterlo. Si può forse affermare che, una volta conosciute, il barbaro abbia scelto quelle sequenze sintetiche come luoghi di transito prediletti del suo andare: e quando costruisce stazioni di passaggio tende a costruirle su quel modello. […]
Per comprendere fino in fondo la faccenda, manca ancora un tassello. Si potrebbe obiettare che anche un libro di Flaubert era, ed è, una sequenza sintetica: un viaggio formalizzato, sintetizzato, confezionato per esser consumato senza spostarsi da casa. Ed è indubbiamente vero. E allora perché lui no e Disneyland sì? […] il barbaro cerca solo e sempre sistemi passanti: vuole stazioni intermedie che non soffochino il suo movimento, ma che, al contrario, lo rigenerino. Quando si accosta alle sequenze sintetiche (porzioni massicce di mondo coagulate in un unico punto) sa che corre un rischio: di rimanervi impantanato. Quelle stazioni promettono una tale convergenza di pezzi di mondo che rischiano di diventare stazioni finali: è lo spettro del binario morto. Per questo il barbaro predilige quelle sequenze sintetiche che conservano una specie di leggerezza e di fluidità strutturale: sono capaci di rendere veloce il passo che le attraversa, e impossibile un radicamento eccessivo dell'attenzione. Spesso, una simile acrobazia è riassumibile nel termine: spettacolarità. […]
Passato
25. Come zattere sopravvissute al naufragio
5. Passato
Se poi c'è una cosa che fa imbestialire la civiltà, è il tipo di rapporto che i barbari intrattengono con il passato. Non tanto con la storia passata: con la cultura del passato. E quella è una faccenda interessante.
In genere, la civiltà si regola ancora con i precetti di monsieur Bertin: la cultura del passato rappresenta il luogo delle nostre radici e quindi è, per antonomasia, il luogo del senso. […] Lo riassumerei così: il passato è uno dei luoghi privilegiati del senso: bisogna capire che non è mai finito, e rivive in ogni gesto che sa suscitarlo dall'oblio. Saperlo suscitare dall'oblio è una faccenda di fatica, rigore, studio e intelligenza. Voilà.
L'idea dei barbari, al proposito, è radicalmente opposta. La riassumerei così: il passato, come dice la parola stessa, è passato. Fine della discussione.
[…] A ben vedere, il passato è tutt'altro che assente dall'immaginario collettivo dei barbari. Diciamo che è presente, e molto, ma in una forma particolare. Il passato sta nella mente dei barbari come le cose vecchie o antiche stanno nei fumetti e nei film di fantascienza. […] i barbari lavorano su schegge del passato trasformate in sistemi passanti. Mentre per il nostro modello culturale il passato è un tesoro sepolto, e possederlo significa scavare fino a trovarlo, per il barbaro il passato è ciò che, del passato, risale in superficie e entra in rete con schegge del presente. […]
Un corollario affascinante di una simile posizione è questo: il passato è allineato su una sola linea, definibile come ciò che non è più. Mentre per la civiltà proprio il misurare ogni volta la distanza dal passato, e colmarla, e capirla, è il cuore della faccenda, assolto dalla sublime perizia dell'archeologo e dell'esegeta, per il barbaro quella distanza è standard: la colonna greca, il monocolo, la colt e la reliquia medievale sono allineati su un'unica linea, e accatastati nella stessa discarica. In certo modo, sono anche immediatamente reperibili […] un rapporto simile con il passato non è inedito, per gli umani occidentali, e ha i suoi nobili precedenti. […] ci facevano i poemi omerici, con idee strampalate del genere. E d'altronde: perfino ai tempi di monsieur Bertin, cos'era Ivanhoe se non un assemblaggio di quel tipo? E vogliamo ricordare l'antico Egitto dell'Aida? Monsieur Bertin dettava la linea, ma poi, sotto sotto, quelli facevano quel che gli pareva, fieri di una schizofrenia che, come vedremo, abbiamo ereditato allegramente.
Così, riassumendo, la civiltà insegna un discesa consapevole e colta nel passato, con l'obiettivo di riportarlo in superficie nella sua autenticità. I barbari costruiscono con le macerie, e aspettano zattere galleggianti con cui costruirsi la casa e decorarsi il giardinetto. E' talmente faticosa la prima soluzione, e ludica la seconda, che gli organi di controllo della civiltà (scuola, ministeri, media) hanno il loro bel da fare per impedire alla collettività tutta di scivolare giù per la china della barbarie. Per cui la disciplina si è ormai irrigidita a culto, e la vigilanza è ostinatissima. […] Forse, la vera linea di resistenza al saccheggio barbaro del passato la troverebbe una civiltà che invece di contestare ossessivamente la legittimità di quel gesto, si spingesse a giudicare quel che i barbari fanno col bottino della loro ruberia. Alla fine, quel che dovrebbe essere importante è cosa se ne fanno, di quelle macerie. […] Ma in genere devo registrare che la civiltà preferisce arroccarsi al di qua di un simile confronto, dietro alla sua personale muraglia cinese: continuando maniacalmente a pretendere che con quelle pietre si ricostruisca il tempio ad Apollo, e nient'altro.
E' una battaglia sensata, me ne rendo conto. Ma nel momento in cui ti accorgi di averla persa, rimane sensato continuare a combatterla.
Democrazia
26. Sarebbe utile avere qualcuno capace di dare risposte
6. Tecnica.
Sistemi passanti, conoscenza come surfing, sequenze sintetiche, esperienze in forma di traiettoria: ormai dovreste riconoscere facilmente le forme e la logica del movimento del barbaro. Così potete capire una delle poche obiezioni sensate e fondate che la civiltà può avanzare: è solo tecnica senza contenuto. […] per il barbaro, in fondo, qualsiasi tessera del mondo equivale a un'altra: è il suo viaggio, il suo surfing, la sua sequenza che le rende, di volta in volta, significative. […] Praticamente il senso non è nelle cose: è generato dalla tecnica di chi le percepisce. E' un'idea non nuova, per carità, ma nel caso barbaro suona abbastanza inquietante: dato che la tecnica è, tutto sommato, alla portata di qualsiasi barbaro, bisogna abituarsi all'idea che la sequenza messa su da un perfetto imbecille sia generatrice di senso e, quindi, testimonianza di una qualche, inedita, forma di intelligenza. In pratica, finiremo per dare credito a qualsiasi fesseria che si dia in forma di sequenza superficiale, veloce, e spettacolare: così come in passato, ad esempio, abbiamo riconosciuto automaticamente come arte qualsiasi brano di musica colta che si desse in forma cervellotica e incomprensibile. […]
7. Democrazia.
E se l'avvento della democrazia fosse uno dei primi segnali dell'arrivo dei barbari? […] la democrazia ha molti tratti tipici del gesto barbaro. Pensate all'idea di polverizzare il senso (che nella politica è il potere) sulla superficie di tanti punti equivalenti (i cittadini) invece che mantenerlo ancorato a un unico punto sacro (il re, il tiranno). Pensate all'idea che il potere vada assegnato non all'uomo più nobile, neanche al migliore o al più forte, ma a quello più linkato (più votato). Pensate alla convinzione che il potere non ha nessuna legittimazione verticale (il re era l'eletto di Dio), ma ha una sua legittimazione orizzontale (il consenso dei cittadini): così che tutta la storia del potere si gioca in superficie, dove solo valgono i fatti attuali, e non c'entra con la profondità, dove varrebbero l'appartenere a una dinastia, o il professare una certa religione. Pensate alla storica, fisiologica propensione della democrazia a fare della medietà un valore, scegliendo sistematicamente di applicare le idee e le soluzioni che trovano il maggior consenso possibile. Pensate alla velocità con cui la democrazia rimette in gioco il potere […] Non sarà per caso che la democrazia è uno dei grembi della civiltà barbara, uno dei suoi luoghi di fondazione? O è solo un'illusione ottica?
[…] Io riesco, a mala pena, a intravedere la domanda. […] e mi spingo a rilevare come la democrazia assomigli alla barbarie soprattutto nei suoi tratti degenerati. […] non si capisce niente dei barbari se non si capisce che la loro mutazione è sempre imperfetta perché è condizionata da un'irrazionale nostalgia per il mondo che stanno distruggendo. […] Questa sensazione che la democrazia sia ormai una tecnica che gira a vuoto, celebrando un unico valore davvero riconoscibile, cioè se stessa. Non so se sia una mia perversione, o un sentire comune a molti. Ma certo si ha così spesso il dubbio che perfino i principi di libertà, uguaglianza, solidarietà che fondarono l'idea della democrazia siano per così dire scivolati sullo sfondo, e che l'unico valore effettivo della democrazia sia la democrazia. Quando si limitano le libertà individuali in nome della sicurezza. Quando si ammorbidiscono i principi morali per esportare, con la guerra, la democrazia. Quando si accorpa la complessità del sentire politico nella opposizione di due poli che, in realtà, si contendono una pugno di indecisi collocati in mezzo. Non è il trionfo della tecnica sui principi? E non assomiglia sorprendentemente allo stesso possibile delirio barbaro, che rischia di santificare una semplice tecnica, rendendola una divinità appoggiata su un vuoto di contenuti? Guardate negli occhi democrazia e barbarie: ci vedrete la stessa inclinazione a diventare meccanismi perfetti che scattano a ripetizione senza produrre null'altro che se stessi. Orologi che funzionano perfettamente, ma che non spostano nessuna lancetta.
Autenticità
27. La forza del senso per loro è altrove
8. Autentico.
Una splendida espressione che si coltivava con fervore ai tempi della civiltà era: l'autentico. Spesso lo mettevamo in connessione strettissima con un altro termine che ci era caro: l'origine. Avevamo questa idea che in profondità, all'origine delle cose e dei gesti, dimorasse il luogo aurorale del loro affacciarsi alla creazione: lì, dove essi inziavano, si poteva scorgere il loro profilo autentico. Lo immaginavamo, ovviamente, alto e nobile: e si misurava la tensione morale di un gesto o di un'idea o di un comportamento proprio misurando la sua prossimità all'autenticità originaria. Era un modo di impostare le cose piuttosto fragile, ma era chiaro, e felicemente normativo. […] Se c'è una cosa che i barbari tendono a polverizzare sono proprio le nozioni di autentico e di origine. Sono convinti che il senso si sviluppi solo dove le cose si mettono in movimento, entrando in sequenza le une con le altre, per cui la categoria di origine suona loro piuttosto insignificante. E' quasi un luogo di immobile solitudine in cui il senso delle cose è ancora tutto da venire. Dove noi vedevamo il nido sacro dell'autentico, dell'originario, loro vedono l'antro di una preistoria in cui il mondo è poco più che una promessa. Dove noi collocavamo l'esistere per eccellenza, autentico e puro, loro leggono soltanto un iniziale momento di pericolosa fragilità: la forza del senso, per loro, è altrove. E' dopo.
[…] Marilyn Monroe. Qual era l'autentico volto di quella donna? Importa davvero a qualcuno saperlo? […] Ciò che è realmente autentico, nella sua figura, è ciò che di quella figura si è cristallizzato nella percezione collettiva. Marylin Monroe è Marilyn Monroe, non Norma Jeane Mortensen (che era il suo nome autentico e originario).
Trasferite un simile ragionamento a qualsiasi evento: […] In questo genere di cose il giornalismo, e in genere i media, rappresentano effettivamente la punta avanzata di una barbarie trionfante. Più o meno consapevolmente praticano una lettura del mondo che sposta il baricentro delle cose dalla loro origine alle loro conseguenze. Bene o male, per il giornalismo moderno il punto importante di un fatto è la quantità di movimento che è in grado di generare nel tessuto mentale del pubblico. […] Per questo oggi è divenuto così difficile rifarsi a un senso autentico dei nostri gesti: perché siamo in bilico tra due visioni del mondo, e tendiamo ad applicarle, simultaneamente, tutt'e due. Da una parte conserviamo ancora tiepido il ricordo di quando il senso delle cose era concesso a chi avesse la purezza e il rigore di risalire il corso del tempo, e di accostarsi al luogo della loro origine. Dall'altra sappiamo ormai bene che esiste solo ciò che incrocia le nostre traiettorie, e spesso esiste solo in quel momento: intuiamo che è nel loro istante di massima leggerezza e velocità che le cose entrano a far parte di figure più ampie, dove noi riconosciamo la pregnanza di una scrittura, e dove abbiamo imparato a leggere il mondo. Così deambuliamo piuttosto smarriti, rimpiangendo il tempo in cui i gesti erano autentici, e vivendo quello in cui l'inautenticità è divenuta sinonimo di esistenza. […]
9. Differenza.
[…] Qual era il modello di sviluppo di quel mondo? Voglio dire, il suo modo di crescere, di perfezionarsi, di divenire? In genere, ciò che determinava il movimento era un passo avanti: un miglioramento, un superamento, un progresso. […] La saldatura del nuovo al vecchio assicurava l'autorevolezza; lo sprigionare del nuovo dal vecchio assicurava il successo. In questo modo il movimento di un particolare gesto creativo veniva ad assomigliare a una progressiva fioritura che esprimeva, alla fine, tutta la ricchezza di un seme originario. A monte di un simile modello dinamico è riconoscibile una convinzione fortemente radicata nel DNA della civiltà borghese e romantica: l'idea che il bello sia indissolubilmente legato a una qualche forma di progresso. Il gesto creatore aveva un valore quando produceva un passo avanti, e il nuovo aveva un valore quando portava a compimento il vecchio. Evidentemente mutuata dalla cultura scientifica (totem indiscusso, per quella civiltà) […] E' utile capire che, probabilmente, per i barbari, questo modello di sviluppo non significa quasi niente. […] Di sicuro hanno in mente un'altra idea di movimento. Il passo in avanti è una cosa che non capiscono: credono nel passo di fianco. Il movimento accade quando qualcuno è in grado di spezzare la linearità dello sviluppo, e si sposta di fianco. Non accade nulla di rilevante se non nella differenza. Il valore è la differenza, intesa come deviazione laterale dal dettato dello sviluppo. Prendiamo la moda, ad esempio. […] Se vai a vedere l'esatto punto in cui il sistema cambia, trovi poco più che uno spostamento laterale, la generazione di una differenza. […] Ancora una volta: lo fanno perché è coerente con i loro principi. Se il crepitare del senso è inscritto nelle sequenze disegnate dalla gente attraverso la giungla delle cose fattibili, l'obbiettivo di qualsiasi creatività non può essere che quello di intercettare quelle traiettorie e diventare parte di esse: la vedete la necessità di muoversi nello spazio? Nel passo di fianco, qualsiasi tradizione creativa va a cercare il senso là dove esso accade. Nella differenza, e non nel progresso, lo trova. Se volete, proprio il giornalismo, che è ormai una forma d'arte, vi fornisce l'esempio più chiaro: esso non racconta il mondo ma produce news, cioè considera come evento solo ciò che si dà come differenza rispetto al giorno prima. Non ciò che ne è sviluppo, progresso o al limite regresso[…]
Educazione
28. Siamo conservatori quasi per necessità
10. Schizofrenia
Se davvero ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro tra civiltà e barbarie, non è una perdita di tempo fermarsi a capire, per un attimo, da che parte stanno le istituzioni a cui affidiamo il compito dell'educazione. […] se dobbiamo attenerci a una tendenza di massima, vincente sulle altre, allora penso si possa dire serenamente che a scuola si insegnano i principi della civiltà di monsieur Bertin e alla televisione domina l'ideologia dei surfer. […] Ma anche, si potrebbe dedurre, siamo una collettività in cui i principi della civiltà restano una specie di boccone prelibato, riservato a chi ha la possibilità di formarsi nelle istituzioni scolastiche, e la barbarie è una specie di ideologia di default, concessa gratis a chiunque, e consumata massicciamente da chi non ha accesso ad altre fonti di formazione. Cosa non inedita, nella nostra storia: la civiltà come lusso, e la barbarie come riscatto degli esclusi. […]
11. Politica culturale.
E in mezzo, tra televisione e scuola, c'è tutto il campo aperto della cultura e dell'entertainment. In parte è un terreno lasciato all'istinto del mercato. Ma in parte è presidiato invece dalla collettività, che lo gestisce secondo criteri che poi noi chiamiamo: politica culturale. […] Siamo conservatori quasi per necessità.
Comunque si giudichi la faccenda, possiamo quindi dire che, da noi, quando la collettività si muove per indirizzare il tempo della gente e le sue sortite culturali, lo fa con lo scopo di riaffermare e diffondere i principi della civiltà. […] Non sarebbe piuttosto sensato usare le stesse risorse per accompagnare il formarsi di quella strana, nuova, civiltà, magari costringendola a connettersi con la saggezza e il sapere che essa, sbrigativamente, tenderebbe a liquidare come anacronismo inutile?
[…] ci si è dati un gran da fare. A monte, il tipo di intelligenza non è cambiato molto, e anche le persone, e l'età di quelle persone: […] se è solo una questione di maquillage, allora è una falsa soluzione, e anzi è una resa che otterrà solamente di allungare l'agonia.
Quando, invece, enorme sarebbe il compito storico di una politica culturale se solo coloro che la pensano capissero che non il salvataggio furbesco del passato, ma, sempre, la realizzazione nobile del presente è quanto si deve fare per assicurare alle intelligenze una minima protezione dall'azzardo del mercato puro e semplice.
[…]
Eliche
29. Qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa
12. Hamburger
[…] Forse uno degli stilemi esistenziali dei barbari è proprio questo schema: un centro fondativo che motiva il sistema e una periferia che magnetizza il senso. Posso fare un esempio plebeo? L'hamburger. Nella sua accezione barbaramente più alta e perfetta: l'hamburger di McDonald's. Il centro è la polpetta. Qualcuno ha in mente che gusto ha? Non ne ha, praticamente. Il senso di quella cosa da mangiare sta nel resto. […]E' uno schema mentale, ammettetelo. Una transumanza del senso verso le regioni periferiche dell'accessorio. Il senso nomade che si sostituisce al senso stanziale. Barbari.
[…] 13. Elica
[…]Una cosa a cui bisogna prepararsi è che quando accade una mutazione, lì le gerarchie del giudizio vanno a pallino. Non è gradevole, ma è così. Lo dico nel modo più semplice: nella storia dei mammiferi il delfino è un eccentrico. In quella dei pesci, un padre fondatore. A parte ogni sfumatura di gusto, di comprensione, di giudizio, resta il fatto che ogni civiltà giudica i suoi predecessori dalla rilevanza che hanno avuto nel creare l'habitat mentale in cui quella civiltà vive. […] Se per una qualche anomalia del destino storico l'Ancien Régime avesse continuato a dominare il mondo, Boccherini sarebbe un grande e Beethoven un eccentrico. Ma nel mondo come l'abbiamo vissuto noi, Beethoven è, indiscutibilmente, un padre fondatore. Perfino il più oscuro degli artisti si guadagna un merito, agli occhi di una civiltà, se solo ha contribuito in piccola parte ad anticipare l'habitat mentale in cui poi, quella civiltà, è finita a dimorare. Il che deve indurre a capire come sia possibile anche il contrario: qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa se una mutazione cambia il punto di vista, e rende difficile annoverarlo fra i profeti del nuovo mondo (Bach, per dire, restò pressoché invisibile per un sacco di tempo prima che una mutazione mentale rendesse rilevabile dai radar la sua immane presenza).
E' come la pala di un'elica. Dipende da dove ti piazzi, puoi vederla scomparire dietro l'affilata linea del suo taglio, o vederla allargarsi, bella grassa, sotto i tuoi occhi. Non è tanto una questione di forza della singola opera o del singolo autore: è la prospettiva che detta la regola: poi, solo dopo, interviene quella forza, a orientare i giudizi.
Così noi vediamo, retrospettivamente, solo il paesaggio che si può vedere da qui, e in questo modo riconosciamo le vette più alte, e misuriamo la grandezza.
[…] Dico questo per chiarire che se si accetta l'idea di una mutazione, e allegramente si inclina a lasciarla passare, ciò a cui bisogna essere preparati è la perdita secca di qualsiasi gerarchia preesistente, la frana di tutta la nostra galleria di monumenti. Resterà in piedi qualcosa, certamente. Ma nessuno può dire, oggi, cosa. […]
La Grande Muraglia
30. Dalla Grande muraglia
SIMATAI (Pechino) –
[…] Devo concludere che camminare per sette ore sulla Grande Muraglia è il modo più esatto di camminare per sette ore rimanendo nello stesso punto. Non c'è quasi divenire, e un unico gesto architettonico ti accompagna, immutabile, per chilometri, […] Quando ti sei spinto abbastanza in là da non incontrare proprio più nessuno, sorprendente ti risulta il potere ipnotico di quell'andare surreale, e i passi iniziano effettivamente ad apparirti come un discesa dentro se stessi, dove il barlume di movimento orizzontale che ancora percepisci tende a sfumare nella ben più chiara sensazione di una discesa verticale, quasi una caduta, lenta e ritmica, verso un punto cieco, sotto ai tuoi piedi. Così, mentre scambi la stanchezza per qualche forma di ascesi meditativa, il mondo effettivamente si spegne nel disegno della Muraglia, e la Muraglia si spegne nei tuoi passi, e i tuoi passi si spengono nelle mosse della tua mente, e alla fine resta il nocciolo duro di un pensiero, in questa aria tersa della mente che ho fatto migliaia di chilometri per raggiungere. Monsieur Bertin, penso. La cara vecchia tecnica di monsieur Bertin. Pazienza, fatica, silenzio, tempo, e profondità. Per ricompensa: il pensiero. La prossimità al senso delle cose.
Così mi fermo, e per un attimo ho l'assoluta e errata certezza della superiorità indiscutibile del modello di monsieur Bertin. L'unico modo possibile di pensare, penso. Altro che i barbari. Naturalmente so che non è vero, ma quassù non c'è nessuno a controllare, e non se ne accorgerà nessuno se, per un attimo, baro.
Così, con chiarezza, alla fine, e in modo penosamente antico, mi si srotola davanti agli occhi quel che ho imparato da questo libro, e quel che ho compreso.
[…] la Grande Muraglia è una costruzione relativamente recente: un paio di secoli di lavoro, tra Millequattro e Milleseicento. Fu il parto di una singola dinastia, i Ming: la loro spettacolare ossessione. Apparentemente, l'idea era quella di difendersi dalle scorrerie dei nomadi del nord […] C'erano almeno due altre soluzioni possibili. La prima era invadere i barbari e sottometterli: abbastanza logica, per un impero, ma difficile da realizzare. […] La seconda opzione era piegarsi a commerciare con loro. Dico piegarsi perché l'idea di scambiare delle merci con i barbari era ritenuta una debolezza ai limiti dell'impensabile […] Così, per secoli, l'establishment militare e intellettuale cinese si esercitò intorno a quel dilemma delle tre possibilità: attaccare, commerciare o tirare su un muro? Suonava come un problema di strategia militare, ma loro ne fecero un problema quasi filosofico, intuendo che prendere una decisione equivaleva a scegliere una certa idea di se stessi, una certa definizione di cosa fossero l'impero e la Cina. Sapevano che attaccare e commerciare erano gesti che in qualche modo costringevano l'impero a uscire dalla tana, e l'identità cinese a misurarsi con l'esistenza di gente diversa. Il muro, invece, sembrava la sanzione stessa della compiuta perfezione dell'impero, la certificazione fisica del suo essere il mondo intero. Così facevano finta di interpellare i generali, ma era dai filosofi che si aspettavano una risposta. Insegnandoci, per sempre, che nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l'idea che ha di se stessa. E che quando lotta con i barbari, qualsiasi civiltà finisce per scegliere non la strategia migliore per vincere, ma quella più adatta a confermarsi nella propria identità. Perché l'incubo della civiltà non è essere conquistata dai barbari, ma esserne contagiata: non riesce a pensare di poter perdere contro quegli straccioni, ma ha paura che combattendoci può uscirne modificata, corrotta. Ha paura di toccarli. Così prima o poi l'idea a qualcuno viene: l'ideale sarebbe mettere un bel muro tra noi e loro. […] Era l'unico sistema di combattere senza sporcarsi le mani e rischiare contagi. Era l'unico sistema per annientare qualcosa di cui non erano disposti ad ammettere l'esistenza. Da un punto di vista filosofico, era geniale. Dal punto di vista militare, va detto, non funzionò mai. […] Così, ecco quello che siamo autorizzati a pensare della Grande Muraglia: non era tanto una mossa militare, quanto mentale. Sembra la fortificazione di un confine, ma in realtà è l'invenzione di un confine. È un'astrazione concettuale, fissata con tale fermezza e irrevocabilità da diventare monumento fisico e immane.
È un'idea scritta con la pietra. L'idea era che l'impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L'idea era che non c'erano gli umani, ma cinesi da una parte e barbari dall'altra. L'idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l'avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l'idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero. […] Così, quando Marco Polo andò laggiù e raccontò tutto quel che vide, della Muraglia non fece parola. Possibile? Non solo possibile, ma logico: Kublai Khan era un mongolo, l'impero che Marco Polo vide era quello dei barbari vincitori che erano scesi dal nord e si erano presi la Cina. Esisteva nella loro mente quell'idea di confine? No. E, sparita dalla mente, la Grande Muraglia era poco più che qualche singolare fortificazione sperduta nel nord: per qualsiasi Marco Polo, era invisibile.
Così noi, oggi, nella Grande Muraglia possiamo leggere la più monumentale e bella enunciazione di un principio: la divisione del mondo tra civiltà e barbarie. Per questo sono venuto fin quassù. Volevo camminare sull'idea a cui avevo dedicato un libro. E capire qui cosa avevo imparato.
Lo voglio dire nel modo più semplice. Qualsiasi cosa stia accadendo, quando abbiamo percepito la spina nel fianco di una qualche razzìa, la mossa che abbiamo scelto di fare è stata alzare una Grande Muraglia. Apparentemente lo abbiamo fatto per difenderci. E siamo tuttora convinti in buona fede che sia per quello. […] Ma la verità è che non stiamo difendendo un confine: lo stiamo inventando. Ci serve quel muro, ma non per tenere lontano quel che ci fa paura: per dargli un nome. Dove c'è quel muro, noi abbiamo una geografia che conosciamo, l'unica: noi di qua, e di là i barbari. Questa è una situazione che conosciamo. È una battaglia che sappiamo combattere. Al limite possiamo perderla, ma sapremo che abbiamo combattuto dalla parte giusta. Al limite possiamo perdere, ma non perderci. E allora avanti con la Grande Muraglia.
E invece è una mutazione. Una cosa che riguarda tutti, nessuno escluso. […] È una mutazione. Non un leggero cambiamento, non un'inspiegabile degenerazione, non una malattia misteriosa: una mutazione compiuta per sopravvivere. La collettiva scelta di un habitat mentale diverso e salvifico. Sappiamo anche solo vagamente cosa l'ha potuta generare? Mi vengono in mente di sicuro alcune innovazioni tecnologiche, decisive: quelle che hanno compresso spazio e tempo, strizzando il mondo. Ma probabilmente non sarebbero bastate se non fossero coincise con un evento che ha spalancato lo scenario sociale: la caduta di barriere che fin qui avevano tenuto lontana una buona parte degli umani dalla prassi del desiderio e del consumo. A questi homines novi, ammessi per la prima volta al regno dei privilegi, dobbiamo probabilmente l'energia cinetica indispensabile a realizzare una vera mutazione: non tanto i contenuti di quella mutazione, che sembrano ancora il prodotto di alcune élites consapevoli, ma di sicuro la forza necessaria a metterla in opera. E il bisogno: questo è importante: il bisogno. Probabilmente viene da loro la convinzione che senza mutazione saremmo finiti. Dinosauri in estinzione.
Quanto a capire in cosa consista, precisamente, questa mutazione, quello che posso dire è che mi pare poggi su due pilastri fondamentali: una diversa idea di cosa sia l'esperienza, e una differente dislocazione del senso nel tessuto dell'esistenza. Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell'analisi, il surf al posto dell'approfondimento, la comunicazione al posto dell'espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l'armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese. Fino al punto più scandaloso: la laicizzazione brusca di qualsiasi gesto, l'attacco frontale alla sacralità dell'anima, qualunque cosa essa significhi.
[…] Non c'è confine, credetemi, non c'è civiltà da una parte e barbari dall'altra: c'è solo l'orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi. Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c'è chi è un po' in ritardo, c'è chi non si è accorto di niente, chi fa tutto per istinto e chi è consapevole, chi fa finta di non capire e chi non capirà mai, chi punta i piedi e chi corre all'impazzata in avanti. Ma eccoci lì, tutti quanti, a migrare verso l'acqua. Per un certo tempo ho pensato che fosse una condizione legata a una certa generazione, quelli tra i trenta e i cinquant'anni: ci vedevo lì, in mezzo al guado, con la mente di qua e il cuore di là, mezzi mammiferi mezzi pesci, strappati in due da una mutazione arrivata troppo tardi o troppo presto: piccoli penosi monsieur Bertin sul surf. Ma scrivendo questo libro mi è apparso sempre più chiaro che quella condizione è di tutti, che il destino incerto e la schizofrenia irrevocabile dei primi mutanti è il dettato, ilare, che ci spetta. […] ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri, penso che sia un luogo magnifico.
[…] Non c'è mutazione che non sia governabile. Abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l'idea di una mutazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com'è, senza lasciarci l'orma del nostro passo. Quel che diventeremo continua a esser figlio di ciò che vorremo diventare. Così diventa importante la cura quotidiana, l'attenzione, il vigilare. Tanto inutile e grottesco è il ristare impettito di tante muraglie avvitate su un confine che non esiste, quanto utile sarebbe piuttosto un intelligente navigare nella corrente, capace ancora di rotta, e di sapienza marinara. Non è il caso di andare giù come sacchi di patate. Navigare, sarebbe il compito. Detto in termini elementari, credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell'incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciate, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.
(21 ottobre 2006) |
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Libretto delle istruzioni di lettura contenute ne I barbari
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La mutazione che vedo intorno a me
NON sembra, ma questo è un libro. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scriverne uno, a puntate, sul giornale, in mezzo alle frattaglie di mondo che quotidianamente passano da lì. Mi attirava la fragilità della cosa: è come scrivere allo scoperto, in piedi su un torrione, tutti che ti guardano e il vento che tira, tutti che passano, pieni di cose da fare. E tu lì senza poter correggere, tornare indietro, ridisegnare la scaletta. Come viene, viene. E, il giorno dopo, involtolare insalata, o diventare il cappello di un imbianchino. Ammesso che se li facciano ancora, i cappelli, col giornale - come barchette sul litorale delle loro facce.
Ogni tanto, e mica solo nel lavoro, ci si va a cercare una qualche indigenza. Ed è probabilmente un modo di recuperare una qualche autenticità.
Comunque non vorrei creare false aspettative, quindi chiarisco che non è un romanzo. Il romanzo a puntate, quello non mi attira per niente. Per cui sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare: scrivendo. Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per "qui intorno" intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io: persone che hanno studiato, persone che stanno studiando, narratori, gente di spettacolo, intellettuali, cose così. Un mondaccio, per molti versi, ma alla fine è lì che le idee pascolano, ed è lì che sono stato seminato.
Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero. Si fa un sacco di fatica a capire la propria zolla di terra, non resta molto per capire il resto del campo.
Ma forse in ogni zolla, a saperla leggere, c'è il campo intero.
E comunque, dicevo che c'è qualcosa, lì, che mi andrebbe di capire. Prima pensavo di intitolarlo così, il libro: La mutazione. Solo che non mi è riuscito di trovare nessuno a cui, anche solo vagamente, piacesse. Pazienza. Però era un titolo puntuale. Voglio dire che quella è precisamente la cosa che mi piacerebbe capire: in cosa consiste la mutazione che vedo intorno a me.
Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedo menti raffinate scrutare l'arrivo dell'invasione con gli occhi fissi nell'orizzonte della televisione.
[…]
Ora: nel mio mondo scarseggia l'onestà intellettuale, ma non l'intelligenza.
Non sono tutti ammattiti. Vedono qualcosa che c'è. Ma quel che c'è, io non riesco a guardarlo con quegli occhi lì. Qualcosa non mi torna.
[…]
È lì che mi vien voglia di capire. Non so, forse c'entra anche questa curiosa asma che mi prende sempre più spesso, e la strana inclinazione a nuotare a lungo sott'acqua, fino a quando proprio non trovo in me branchie pronte a salvarmi.
Comunque. Mi piacerebbe guardare quelle branchie da vicino. E studiare l'animale che si sta ritirando dalla terra, e sta diventando pesce. Vorrei spiare la mutazione, non per spiegarne l'origine (questo è fuori portata) ma per riuscire anche lontanamente a disegnarla. Come un naturalista d'altri tempi che disegna sul taccuino la nuova specie scoperta nell'isolotto australiano. Oggi ho aperto il taccuino.
Non ci capite niente? Ovvio, il libro non è ancora nemmeno iniziato.
È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.
Spesso i libri iniziano con un rito che io amo molto, e che consiste nello scegliere un'epigrafe. È quel tipo di frasetta o citazione che si mette nella prima pagina, giusto dopo il titolo e l'eventuale dedica, e che serve da viatico, da benedizione. Per dire, ecco l'epigrafe di un libro di Paul Auster:
"L'uomo non ha una sola e identica vita; ne ha molte giustapposte, ed è la sua miseria". (Chateaubriand)
Spesso suonano così: qualsiasi boiata dicano, tu ci credi. Apodittiche, per dirla nella lingua di quelli che respirano con i polmoni.
A me piacciono quelle che tracciano i bordi del campo. Cioè ti fanno capire più o meno in che campo quel libro va a giocare. Il grande Melville, quando si trattò di scegliere l'epigrafe per Moby Dick, si lasciò un po' prendere la mano, e finì per selezionare 40 citazioni. Ecco la prima:
"E Dio creò le grandi balene." (Genesi)
Ed ecco l'ultima:
"Oh la Balenda grande e fiera, / tra il vento e la bufera, / oh il gigante che sa dominare l'infinito mare!" / (Canzone baleniera).
Credo che fosse un modo di far capire che in quel libro ci sarebbe stato il mondo intero, da Dio alle scoregge dei marinai di Nantucket. O quanto meno, questo era il programmino di Melville.
Anima candida!, direbbe Vonnegut, con il punto esclamativo.
Così, per questo libro, io avrei scelto quattro epigrafi. Giusto per segnare i bordi del campo da gioco. Ecco la prima: viene da un bellissimo libro uscito da poco in Italia (ed. il Mulino). L'ha scritto Wolfgang Schivelbush ed è intitolato La cultura dei vinti. (Sono titoli a cui, essendo tifoso del Toro, non posso resistere). Ecco cosa dice a un certo punto:
"Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza
dall'antichità fino ai giorni nostri".
Copiate e mettete da parte.
Seconda epigrafe: la seconda epigrafe la trovate nella prossima puntata.
Che vento che tira, su 'sto torrione
(1. continua)
La seconda epigrafe viene da lontano
La seconda epigrafe di questo libro, viene da lontano. 7 maggio 1824. Beethoven presenta, a Vienna, la Nona Sinfonia. […]
Sono momenti, quelli. Prima o poi bisognerà decidersi a raccontarli, veramente. Non adesso, comunque.
Non adesso, ma una cosa la vorrei dire, perché credo che c'entri con i barbari, e la cosa è che Beethoven quella sera si recò a teatro vestito con un frac verde, non ne aveva di un colore più decente, più rispettabile, e così dovette mettere quel frac verde […]
Andò proprio così. E quando sarò arrivato alla trentesima puntata di questo libro mi riuscirà più facile spiegarvi come sia importante questo aneddoto. Sarà fra mesi, immagino, ma allora non avrete difficoltà a capire questa frase: era anche una questione di come andavano vestiti. Promesso.
Comunque. Non era questo che volevo dire. Ero alla seconda epigrafe. […]
E allora ecco cosa scrisse un critico londinese, l'anno dopo, quando potè finalmente leggere e sentire la Nona. Ci tengo a dire che non era un fesso, e scriveva per una rivista autorevole che si chiamava The Quarterly Musical Magazine and Review. E questo fu ciò che scrisse, e che io metto qui, come seconda epigrafe:
"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro".
Voilà.
[…]
A proposito di Nona, sentite questa. Perché i cd sono grandi così e contengono quella certa quantità di minuti di musica? In fondo, quando li hanno inventati potevano farli un po' più grandi, o un po' più piccoli, perché proprio quella misura lì? Risposta: alla Philips, nel 1982, quando si trattò di decidere, pensarono questa: ci deve stare dentro l'intera Nona Sinfonia di Beethoven. Ai tempi ci voleva un supporto di 12 cm per fare una cosa del genere. Così nacque il cd. Ancora adesso un disco di Madonna, per dire, si allinea alla durata di quella Sinfonia.
Curioso, no? Ma è vero? Non lo so. L'ho letto su una rivista francese che si intitola L'echo des savanes, e una pagina su tre ci trovi donne nude e fumetti. Quando sei in treno, in mezzo ala gente, leggerla è tutta una fatica, soprattutto se sei cresciuto da cattolico. Nel suo campo è comunque una rivista autorevole, per quanto mi sfugga, in effetti, quale sia il suo campo. In ogni caso il punto che mi interessa è: l'aneddoto della Philips, anche se non è vero, dice una cosa perfettamente vera, cioè il carattere totemico assoluto della Nona. E lo dice con una sintesi che è non ho mai trovato in decine di libri senza donne nude. Questo mi piace, e c'entra con questo libro. Cos'è questa nuova forma di verità, probabilmente immaginaria ma così esatta da rendere inutile qualsiasi verifica? E perché proprio là, in mezzo a tette e culi? È una cosa a cui intendo dedicare il quarto capitolo di questo libro. Mi resta da capire bene di cosa parleranno i primi tre.
Tranquilli. Faccio finta. Un piano ce l'ho. Ad esempio so che andrò a scrivere l'ultimo capitolo del libro sulla Grande Muraglia cinese.
Va be'. Passiamo alla terza epigrafe
(2- continua)
Cosa sta per diventare il mondo
Riassuntino: questo è un libro a puntate, un saggio sull'arrivo dei barbari. Esce ogni tanto su questo giornale, in mezzo a tutto il resto del mondo. Se qualcuno ne perde una puntata, e questo gli spiace, può sempre recuperarsela in rete. Per adesso sono ancora alla prima pagina, cioè quella in cui si mettono le epigrafi. Ne ho già staccate due. Adesso si tratta di vedere la terza. La terza la devo a Walter Benjamin. E qui, una parentesi si impone.
[…]
Nel contesto di questo libro, c'è una cosa, di lui, che suona come la più importante. Non è facile da spiegare, quindi sedetevi, e se non potete sedervi, interrompete, e ripartite quando potete usare tutti i neuroni. Ecco: lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. […]
Uno così, poteva non figurare tra le epigrafi di questo libro? No.
E allora ecco la terza epigrafe. (Qui potete anche alzarvi e rilassarvi). […]
Non mi son dimenticato l'epigrafe, ci sto arrivando.[…]
Così, pulita pulita come mi apparve quel giorno a San Francisco.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
Valga da impegno. Sarà, questo, un libro a cui non farà schifo niente.
(E adesso, se non morite dalla voglia di sapere cosa scrisse Benjamin su Topolino, allora siete proprio alla frutta. Con un certo piacere, posso dire che, se non mi sbaglio, quella pagina, nell'edizione italiana, non c'è. Quindi se la volete leggere dovete aspettare la prossima puntata. La metterò lì, come bonus track. Eh, eh.)
(3-continua)
Adesso il libro può davvero iniziare
Ormai l'ho promesso, quindi mi tocca darvi da leggere la pagina di Walter Benjamin dedicata a Mickey Mouse. Non aspettatevi un granché. […] è una pagina di diario […]
D'accordo, non si capisce un granché. […]
Fine della parentesi Benjamin.
* * *
La quarta e ultima epigrafe a questo libro, la rubo a un altro sommo maestro. Cormac McCarthy. […]
La storia è quella di una caccia all'uomo: un vecchio sceriffo insegue un killer spietato. […]
il vecchio sceriffo riesce solo a dire: "Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona." E già questa poteva essere una bella epigrafe, per un libro che cerca di capire i barbari che stanno arrivando. Ma in realtà, la citazione che ho scelto è un'altra. Perché è ancora più dura. E' uno sparo.
Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.
Pum.
E così le quattro epigrafi sono scelte. Non per guadagnare spazio senza sforzo, ma mi piacerebbe riportarle adesso una sotto l'altra, perché in certo modo sono un'unica lunga frase, e sono lo steccato dentro cui pascolerà questo libro. Sarebbero da leggere in un unico, lungo, respiro della mente.
"Il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall'antichità fino ai giorni nostri." (W. Schivelbush)
"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro." (The Quarterly Musical Magazine and Review, 1825)
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
"Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo." (C. McCarthy)
Ecco fatto. Adesso il libro può davvero iniziare.
Il primo capitolo si intitolerà: Perdere l'anima.
Lo so che sembra un vecchio Cocciante. Ma l'ho detto, a questo libro non farà schifo niente.
(4-continua)
E' dall'alto che bisognerebbe guardare
Allora questa volta possiamo iniziare davvero.
Arrivano da tutte le parti, i barbari. […]
Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere l'invasione. E quindi a comprenderla.
Credetemi: è dall'alto, che bisognerebbe guardare.
[…]
Io cercherò di farlo provando a isolare alcune mosse che mi sembra siano comuni a molti degli atti barbarici che rileviamo in questi tempi. […]
Vorrei studiare i saccheggi non tanto per spiegare com'è andata e cosa si può fare per ritirarsi in piedi, quanto per arrivare a leggerci dentro il modo di pensare dei barbari. E vorrei studiare i mutanti con le branchie per vedere, riflessa in loro, l'acqua che sognano e che stanno cercando.
E allora ecco la prima mossa che vorrei isolare e comprendere. Si chiama:
Perdere l'anima.
Devo avere già detto che sembra il titolo di una canzone. Ma non è importante. E' per capirsi.
Ha anche un sottotitolo:
Impara a respirare con le branchie Google!
Voilà. Si inizia.
[…]
Vogliamo provare a studiare la faccenda più da vicino? E a capire cosa vuol dire, esattamente, perdere l'anima? Ho scelto tre ambiti particolari dove questo fenomeno sembra essersi manifestato negli ultimi anni: il vino, il calcio e i libri. Mi rendo conto che, soprattutto nei primi due casi, non ci troviamo di fronte a gesti nevralgici della nostra civiltà: ma appunto questo mi attrae: studiare i barbari nel loro saccheggio di villaggi periferici, non nel loro assalto alla capitale. E' possibile che lì, dove la battaglia è più semplice, circoscritta, sia più facile intuire la strategia dell'invasione, e le mosse fondative della mutazione.
* * *
Iniziamo dal vino, allora. Lo so che chi sa di vino (non nel senso di puzzare) troverà cose che già conosce, e chi invece non beve si chiederà perché mai interessarsi a una cosa di cui non gli frega niente. Ma vi chiedo lo stesso di ascoltare.
[…]
Una mutazione molto simile a quelle che cercavamo. Vogliamo provare a studiarla un po' più in profondità? Si imparano un sacco di cose, avendo la pazienza di farlo.
(5-continua)
Certo "barbari" è una parola un po' forte per definire i consumatori di vino hollywoodiano, ma, come dicevamo, un certo svilimento del vino c'è, nella loro scelta: e il loro moltiplicarsi in progressione geometrica fa pensare a un effettivo svuotamento di una cultura raffinata e complessa. L'avvento di una forma di (elegante) barbarie.
[…]
Ecco. E' il momento di riassumere e di tirare le reti della piccola pesca. Studiando la circoscritta invasione barbarica che ha colpito il villaggio del vino, uno può arrivare a disegnare la mappa di una battaglia: eccola qui: complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. […]
L'ho detto: è solo un'ipotesi. E, ciò che è più importante: non è un'ipotesi che aiuta a capire i barbari ma soltanto a capire la loro tecnica d'invasione: come si muovono, non chi sono e perché sono così (che è, questa sì, la domanda affascinante). A me sembra comunque un passaggio necessario per arrivare, prima o poi, a capire: una stazione intermedia. Capisci come combattono e magari capirai chi sono. Se vi piace, potete giocarci un po', con questa ipotesi. Provate a pensare a un esempio di mutazione, di invasione barbarica che vi sta a cuore e cercateci dentro la mappa della battaglia. Chissà se ci troverete tutti gli indizi che ho annotato. O magari altri. Non so. Ma ho ragione di pensare che comunque sarà un modo di formulare meglio il problema, e di andare un po' al di là della lamentela snob o della chiacchiera da bar. Io, da parte mia, ho intenzione di fare il giochetto con altri due villaggi saccheggiati che mi divertono: il calcio e i libri. Nelle prossime puntate.
(6-continua)
Bisogna guardare l'animale
Dice: il mondo frana e quello si occupa di vino. Esatto. E' come quando il massaggiatore ti tocca un dito del piede e ti chiede Fa male? A te fa male e quindi rispondi Sì, e pensi che ti sei rotto il dito. Problemi ai reni, dice lui.
Dal vino si impara un'ipotesi importante: quando percepiamo un'evidente perdita di anima, lì stanno lavorando, sotto la superficie di un'apparente barbarie, eventi di natura diversa che è possibile riconoscere uno ad uno. Io ci ho provato, a riconoscerli: commercializzazione spinta, linguaggio moderno, adesione al modello americano, scelta della spettacolarità, innovazione tecnologica, scontro fra potere vecchio e nuovo. Facile che si possa fare di meglio, ma adesso aprite bene le orecchie. Il punto è questo: noi, in genere, non abbiamo voglia di fare di meglio. Di solito, quando sentiamo puzza di barbari, tendiamo a collegarla con uno, al massimo due, di quegli eventi: scegliamo quello che più ci infastidisce, o quello più evidente, e ne facciamo il nostro bersaglio. […]
Ma è il movimento armonico di tutto l'animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere. Se c'è una logica, nel movimento dei barbari, è solo leggibile a uno sguardo capace di assemblarne i diversi pezzi. Altrimenti è chiacchiera da bar.
[…]
Lo sguardo che si ferma su un tratto solo dell'invasione barbarica rischia la stupidità pura e semplice.
[…]
Magari mi sbaglio, ma secondo me bisogna guardare l'animale, tutto, e in movimento. Allora qualcosa si potrà capire. Bisogna concedere ai barbari la chance di essere un animale, con una sua compiutezza e un suo senso, e non pezzi del nostro corpo colpiti da una malattia. Bisogna fare lo sforzo di supporre, alle loro spalle, una logica non suicida, un movimento lucido, e un sogno vero. E questa è la ragione per cui non basta deprecare la pinna (effettivamente inutile in un quadrupede), ma è necessario capire che essa forma un'unità organica con le branchie, le squame, quel modo di respirare, quel modo di vivere. Il braccio che è diventato pinna, forse non è un cancro, ma l'inizio di un pesce.
Va be', fine della predica. Ma era una cosa che ci tenevo a dire.
(7-continua)
Baggio in panchina, la coda che sbatte
CHISSA' se si riesce a parlare di calcio italiano senza citare Moggi (già fatto, quindi la risposta è no). Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. […]
come ho spiegato, bisognerebbe riuscire a vedere l'intero animale in movimento. Baggio in panchina è la coda che sbatte. Il calcio di Sky sono le zampe anteriori che mulinano nell'aria. Ma l'intero animale? Riuscite a vederlo? Proviamo usando quello che abbiamo imparato dal vino. Complice una precisa innovazione tecnologia, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Proviamo: con l'invenzione della televisione digitale, uno sport che era stato di pochi ricconi e della televisione di Stato, finisce nelle mani di privati che, seguendo il modello dello sport americano, ne accentuano il tratto spettacolare, lo allineano alle regole del linguaggio moderno per eccellenza, quello televisivo, e in questo modo ottengono di spalancare il mercato, e di moltiplicare i consumi. Risultato apparente: il calcio perde l'anima. Che ne dite? Mi pare che più meno regga. È una buona notizia.
Incominciamo ad avere strumenti di lettura vagamente affidabili. Incominciamo a poter mettere a fuoco, abbastanza velocemente, l'animale intero in movimento. Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?
[…]
Se vado a ripescare la mia domenica sera adolescenziale e torinese è perché mi aiuta a mettere a fuoco un'altra mossa dell'animale, una mossa che la storia del vino non mi aveva fatto riconoscere, e che invece il calcio insegna chiaramente: tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. […] Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.
Il rito è moltiplicato, e il sacro è diluito. (Non è lo stesso per il vino che si può bere quando vuoi senza tanto scaraffare, abbinare, degustare, e tutte quelle cerimonie lì?). […] Loro il sacro lo smantellano. Sarà un bel momento quando capiremo con cosa lo sostituiscono (accadrà, siate pazienti).
Per adesso, vorrei che metteste da parte questa nuova acquisizione (lo smantellamento del sacro) e mi seguiste, per una puntata ancora, nel mondo del calcio. C'è una cosa ancora da capire, lì dentro. Ha a che vedere con la spettacolarità.
(8-continua)
Li ho visti abbracciarsi, da lontano
ANCORA una cosa sul calcio. So che sarà una puntata un po' tecnica, per cui mi scuso con quelli che non masticano football: se vogliono, possono saltare. Per gli altri, ecco la cosa che trovo interessante: l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica. […]
può essere utile, di nuovo, fermarsi a vedere una vecchia foto in bianco e nero. Giusto un'occhiata, ma vedrete che serve.
[…]
Perché vi infliggo le mie foto in bianco e nero? Perché se volete capire cosa ci guadagnano i barbari a eliminare Baggio, dovete capire con che cosa lo sostituiscono. Nel calcio, per chi ne capisce qualcosa, questo è inscritto molto chiaramente. Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. […]
Smarriti? Non preoccupatevi. Il calcio serve solo ad annusare le cose, ad averne una prima confusa intuizione. Verrà il momento di capirle meglio. Una o due puntate sulla civiltà letteraria e poi ci siamo. (D'altronde questo è un libro, cioè è Burgnich, gioca ancora lento, marca a uomo, e non fa il fuorigioco. Se volete Zambrotta, c'è tutto il resto del giornale, che gioca così)
(9-continua)
Stanno ammazzando Flaubert
Mi fa un certo effetto, perché con questa idea di andare a vedere i villaggi saccheggiati dai barbari per capire come i barbari combattono e vincono, sono arrivato fin qui, e qui è il villaggio dei libri. E quel villaggio è il mio. Vediamo se mi riesce di parlarne dimenticandomi che ci son cresciuto.
[…]
Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l'enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?
[…]
In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all'opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Nella prossima puntata vedremo se è possibile avvicinarsi a una risposta.
(10-continua)
Tutti i figli della stessa illusione
Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell'ultima ondata, quelli che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni, facendone esplodere il fatturato? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos'è, per loro, un libro? E che nesso ha quello che hanno in testa con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Le domande cui eravamo arrivati erano queste. C'è una risposta?
Io ci provo. La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato: se qualcuno teme un genocidio più o meno consapevole di quella tradizione, inquadra probabilmente un rischio possibile, ma non una realtà già in atto. […]
(11-continua)
Il sapore dell'intuizione preziosa
Più o meno volevo dire questo: i barbari non distruggono la cittadella della qualità letteraria (il rosso dell'uovo, l'abbiamo chiamato), ma è indubbio che l'abbiano contagiata. Qualcosa della loro idea di libro è arrivata fin lì. […]
Voilà. E' stata un po' lunga, ma la visita al villaggio saccheggiato dei libri è finita. Cosa vorrei che imparaste da questo viaggetto? Due cose. La prima: i grandi mercanti non creano bisogni: li soddisfano. Se ci sono bisogni nuovi, nascono dal fatto che è nuova la gente che ha avuto accesso al riservato campo del desiderare. La seconda: anche in quel villaggio i barbari sacrificano il quartiere più alto, nobile e bello, in favore di una dinamizzazione del senso: svuotano il tabernacolo, purché ci passi dell'aria. Hanno una buona ragione per farlo: è l'aria che loro respirano.
Prima il vino, poi il calcio, infine i libri. Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere l'anima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. Titolo: Respirare con le branchie di Google. Capirete presto. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e poi si parte
(12-continua)
Era un libro su Google
Mi rigiravo nella mente queste piccole scoperte, fatte andando a spiare i saccheggi dei barbari. Era tutto quello che sapevo di loro. Come combattevano. Me le riscrivevo, in colonna, o di seguito: invertivo l'ordine, provavo con l'ordine alfabetico. Mi era evidente che a saperle leggere insieme, come un unico movimento armonico, allora avrei visto l'animale: in corsa. Magari avrei capito dove stava andando, e chi tipo di forza impiegava, e perché corresse. Era come cercare di adunare delle stelle nella figura compiuta di una costellazione: quello sarebbe stato il ritratto dei barbari.
[…]
Così non ho dubbi, e so che il ritratto dei barbari è nascosto là dentro, ed è inscritto in quelle poche righe, in quella specie di lista della spesa. Che mi piacerebbe fosse ormai una lista che tenete in tasca anche voi, fatta di parole diventate vostre, che potreste spiegare alla fidanzata, o accennare a un figlio. Se non è così, è un disastro. Ma io non credo ai disastri.
Così credo invece che abbiate capito, se avete letto avete capito, e quindi capirete bene perché a un certo punto, a furia di dormire su quella lista della spesa, l'animale l'ho visto, oh yes, era lì e correva, e si lasciava vedere. Non nitidamente, è ovvio, se ne correva nel fitto del bosco, si poteva giusto vederlo da lontano, ma era proprio lui, o almeno io credo che fosse proprio lui. E dove c'erano stelle, eccola là, una costellazione. E' tipico del mio non essere un barbaro, il fatto che tutto sia iniziato leggendo un libro. Non era Kant, neppure Benjamin, 'sta volta. Era un libro su Google. […]
(13-Continua)
Rendere accessibile tutto il sapere
[…]
(14-continua)
La velocità è generata dalla qualità
[…]
Questo non è un libro sui motori di ricerca, e quindi non mi importa capire se quei due avevano ragione o no. Quello che mi interessa è isolare il principio attorno a cui è stato costruito Google, perché credo che lì ci sia una specie di trailer della mutazione in atto. […]
Ecco: quel che c'è da imparare, da Google, è quel nome. Io non saprei trovarlo, ma credo di intuire la mossa che nomina. Un certa rivoluzione copernicana del sapere, per cui il valore di un'idea, di un'informazione, di un dato, è legata non principalmente alle sue caratteristiche intrinseche ma alla sua storia. […]
La vedete la leggerezza del cervello che sta in bilico sulla schiuma delle onde? Navigare in rete, diciamo noi italiani. Mai nomi furono più precisi. Superficie al posto di profondità, viaggi al posto di immersioni, gioco al posto di sofferenza. Sapete da dove viene il nostro caro vecchio termine cercare? Porta nella pancia il termine greco kìrkos, cerchio: avevamo in mente quello che continua a girare in cerchio perché ha perso qualcosa, e lo vuole trovare. Capo chino, sguardo su un fazzoletto di terra, tanta pazienza e un cerchio sotto i piedi che sprofonda a poco a poco. Che mutazione, ragazzi.
Voglio dirvi una cosa. Se i libri sono montagne, e se voi mi avete seguito fin qui, allora eccoci a un passo dalla vetta. Si tratta ancora di capire come un principio dedotto da un software possa descrivere la vita che accade fuori dalla rete. Parete verticale, ma è anche l'ultima. Poi ci attende l'arte sublime della discesa
(15-continua)
E il disegno è veloce o non è nulla
Ce l'avete un posto tranquillo dove leggere questa puntata? In certo modo, se avete fatto il cammino fin qui, vi meritate di leggervela in santa pace. Niente di straordinario, ma certo stavamo cercando di vedere l'animale, e adesso eccolo lì. Quel che posso farvi capire dei barbari, eccolo qui.
Io l'ho imparato passando il tempo nei villaggi saccheggiati, a farmi raccontare come i barbari avevano fatto a vincere, e a disintegrare mura così alte e solide. Mi è piaciuto studiare le loro tecniche d'invasione, perché ci vedevo le singole mosse di un movimento più ampio, a cui era stupido negare un senso, una logica, e un sogno. Alla fine sono capitato in Google, e sembrava giusto un esempio tra gli altri, ma non lo era, perché non era un vecchio villaggio saccheggiato, ma un accampamento costruito nel nulla, il loro accampamento. Mi è parso di vederci qualcosa che non era il cuore della faccenda, ma certo ne sembrava il battito: un principio di vita anomalo, inedito. Un modo diverso di respirare. Branchie.
Adesso mi chiedo se quello sia un fenomeno circoscritto, legato a uno strumento tecnologicamente nuovissimo, la rete, e sostanzialmente relegato lì. E so che la risposta è no: con le branchie di Google respira ormai un sacco di gente, a computer spenti, nel tempo qualsiasi delle loro giornate. Scandalosi e incomprensibili: animali che corrono. Barbari. Posso provare a disegnarli? Ero qui per questo.
[…]
Vi ricordate la palla che gira velocemente tra i piedi non così raffinati dei profeti del calcio totale, sotto gli occhi di Baggio in panchina? E i vini "semplificati" che conservano qualcosa della profondità dei grandi vini ma si concedono a una velocità d'esperienza che permette di metterli in sequenza con altro? E ve li ricordate i libri, così lieti di rinunciare al privilegio dell'espressione per andarsi a cercare in superficie le correnti della comunicazione, del linguaggio comune a tutti, della grammatica universale fondata al cinema o alla tivù? Ci vedete la reiterazione di un unico preciso istinto? Lo vedete l'animale che corre, sempre nello stesso modo?
[…]
Pesci, se capite cosa voglio dire.
C'è un nome per un simile modo di stare la mondo? Giusto una parola da usare per capirsi? Non so. I nomi li danno i filosofi, non quelli che scrivono libri sui giornali. Per cui non ci provo neppure. Ma vorrei che, da questa pagina in poi, almeno tra noi ci capissimo: qualsiasi cosa percepiamo della mutazione in atto, dell'invasione barbarica, occorrerà guardarla dall'esatto punto in cui siamo adesso: e comprenderla come una conseguenza della trasformazione profonda che ha dettato una nuova idea di esperienza. Una nuova localizzazione del senso. Una nuova forma del percepire. Un nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei esagerare, ma certo che mi verrebbe da dire: una nuova civiltà.
(16-continua)
Il varco verso una qualche spiritualità
VI ricordate quando si andava in giro per villaggi saccheggiati? Adesso abbiamo capito che tutto ciò che registravamo come distruzione era in realtà una sorta di ristrutturazione mentale e architettonica: quando il barbaro arriva lì tende a ricostruire, col materiale che ha trovato, l'unico habitat che gli interessa: un sistema passante. In pratica svuota, alleggerisce, velocizza il gesto a cui si sta applicando, fino a quando non riesce a conservare un certa gratificazione pur senza frenare il movimento da cui quel gesto è attraversato. Adesso sappiamo perché lo fa: la sua idea di esperienza è una traiettoria che tiene insieme tessere differenti del reale.
Il movimento è il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. L'anima, ad esempio. Questo davvero suona sconcertante. Lo registravamo a ogni villaggio: se c'era un luogo, lì, più alto, nobile, profondo, regolarmente i barbari finivano per svuotarlo. In questo istinto, la civiltà barbara, l'uomo di Google, il pesce, il mutante, sembrano davvero incomprensibili. Possibile che davvero vogliano una cosa del genere? Non è una mossa che confina con la stupidità pura e semplice?
Ancora una volta posso sbagliarmi, ma credo che invece proprio lì stia il tratto potenzialmente più affascinante della mutazione. Sospetto perfino che sia, consciamente o meno, il suo obbiettivo principale. Il barbaro non perde l'anima per caso, o per leggerezza, o per uno errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno.
E' brutto a dirsi, ma non è un'idea così campata in aria. Quando in questo libro abbiamo usato l'espressione piuttosto generica di "perdere l'anima" a cosa pensavamo veramente? Probabilmente avevamo in mente qualcosa che ci sembra fare corpo con l'essenza stessa dell'essere umani: l'idea che l'uomo abbia in sé una dimensione spirituale (non religiosa, spirituale) capace di elevarlo oltre la sua natura puramente animale. Ora ci si dovrebbe chiedere: ma questa idea, da dove viene? E soprattutto: c'è sempre stata, o siamo passati anche da fasi di civiltà che ne facevano a meno?
[…]
C'è un modo per comprendere fino in fondo cos'è stata l'invenzione della spiritualità per la borghesia ottocentesca. Ed è ripercorre la storia della musica classica. Non mi prenderà più di una puntata. E' giusto un abbozzo. Ma vedrete che vi aiuterà a capire.
(17-continua)
Beethoven si sarebbe potuto fermare lì
[…]
non abbiamo ancora cessato di usare parole d'ordine romantiche. E la resistenza che facciamo all'invasione barbarica spesso si riduce a un'inconsapevole difesa di principi romantici coniati secoli fa. Di per sé non ci sarebbe niente di male: i principi possono restare validi per millenni, non sono surgelati che scadono. Ma è anche vero che uno sguardo sugli uomini che generarono simili principi aiuta a riflettere. Anzi, posso permettervi di farveli vedere? Ne ho convocato uno, emblematico, qui. Comprate il giornale, domani, e in questa pagina ve lo faccio conoscere.
(10 agosto 2006)
Strabordando con arrogante ineleganza
Eccolo qui. Monsieur Bertin. Anno 1833. […]
Eccolo lì. L'uomo borghese per cui furono perfezionate le idee di anima e di spiritualità romantica, quelle che noi ancora oggi difendiamo. Non le sfoggia apertamente perché non ne ha più bisogno: ha vinto ormai, e può farsi ritrarre senza armi. Ma solo una ventina d'anni prima l'avreste visto molto più preoccupato dei suoi mezzi, e bisognoso di spiegarsi, e timoroso nel rinunciare al pettine. Lo volete vedere? Domani, sempre su questa pagina, sempre ritratto dalla mano formidabile di Ingres.
(19 – continua)
L'aspirazione borghese al dominio
Eccolo qui. Monsieur Rivière. Anno 1805. […]
Tutto questo per aiutarvi a capire che ne avevano bisogno. Quella certa idea di anima e di spiritualità è stata, in un certo contesto storico, una necessità. Noi l'abbiamo ereditata, e oggi la domanda che dovremmo porci è: abbiamo ereditato anche quella necessità? O ce la siamo immaginata? Non so se avete una risposta, e invero non so nemmeno se ce l'ho io. Ma una cosa so: i barbari, loro, ce l'hanno.
(20-continua)
Si sono inventati l'uomo orizzontale
Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l'idea che l'uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente repira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell'animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l'unica, per i laici, e sarà invece grembo dell'incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. Qui potete respirare. Magari rileggete la frase, poi respirate ancora. […]
allora la domanda che vi dovete porre è: cos'è mai questa strada inedita che cerca il senso della vita attraverso l'eliminazione dell'anima? E ancor prima: cosa c'è, nell'anima, che li spaventa, che li respinge, come se fosse un luogo di morte invece che di vita?
Io ho in mente due risposte possibili: non spiegano sicuramente l'intera faccenda, ma le annoto qui perché possono aiutarvi a pensare che risposte possibili ci sono: che esistono pensieri, o anche solo presentimenti, che possono portare all'illogica convinzione che dell'anima ci si debba sbarazzare al più presto.
La prima ha a che vedere con il piacere. E con la verità. Terreno minato. Ma proviamoci. […]
L'idea del surfer. Sapete una cosa? Bisognerebbe arrivare a pensare che non è un modo di eliminare la tensione spirituale dell'uomo, e di annientarne l'anima. E' un modo di superare l'accezione borghese, ottocentesca e romantica di quell'idea. Il barbaro cerca l'intensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha le strade sue, per molti di noi imperscrutabili o scandalose.
Sono riuscito a spiegarmi? Volendo, c'è una buona ragione per far fuori l'anima, o almeno quell'anima che noi ancora coltiviamo. Non è un pensiero impossibile, questo vorrei che capiste. E questa è il motivo per cui, nella prossima puntata, proverò ad abbozzare un'altra buona ragione per far fuori monsieur Bertin. Ha a che vedere con la sofferenza, e con la guerra.
(21-continua)
L'allergia per la profondità
Ancora una annotazione - l'ultima, giuro - su questa storia dell'anima, della spiritualità borghese, del rito della profondità. Quando penso a cosa può indurre i barbari a smantellare tutto ciò, non riesco aevitare di pensare che c'entri anche - non solo, ma anche - la memoria di quel che è successo nel secolo scorso. Quasi la sedimentazione di una sofferenza immane, generata da due guerre mondiali e una guerra fredda in bilico sull'olocausto nucleare. […]
Era giusto per mettervi la pulce nell'orecchio. Era una specie di training per abituarsi a pensare come possa essere logica e ragionevole, contro ogni logica e ragionevolezza, l'idea di smantellare l'anima. Di andarsela a cercare altrove. Drasticamente altrove. Se non si fa un passo del genere, i barbari restano un'entità incomprensibile. E di ciò che non si capisce, si ha paura. Ecco una cosa inutile, a proposito dei barbari: averne paura. Dato che mi son scelto il compito di provare a disegnarli, come un naturalista d'altri tempi, avevo bisogno giusto di adottare, insieme a voi, le lenti giuste per vederli. Adesso che l'ho fatto posso portarvi nell'ultima parte di questo libro. Una serie di abbozzi: disegnini dei barbari. Ho in mente di tornare indietro a rivedere certe loro apparenti aberrazioni e riconoscervi il profilo di una figura, alla luce delle cose scoperte fin qua. Il programmino è chiaro. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e si parte.
(22-continua)
Dove noi cerchiamo risposta
Delizioso, quando si scollina, e, in un libro, intravedi la discesa. Per chi scrive e per chi legge.
Non so se vi ho convinti, ma volevo spiegarvi che i barbari hanno una logica. Non sono una cellula impazzita. Sono un animale che vuole sopravvivere, e ha le sue idee su quale sia l'habitat migliore per riuscirci. Per quello che ci ho capito io, il punto esatto in cui scatta la loro differenza è la valutazione di cosa possa significare, oggi, fare esperienza. Si potrebbe dire: incontrare il senso. […] E' lì che scatta questa loro idea di uomo orizzontale, di senso distribuito in superficie, di surfing dell'esperienza, di rete di sistemi passanti: l'idea che l'intensità del mondo non si dia nel sottosuolo delle cose, ma nel bagliore di una sequenza disegnata in velocità sulla superficie dell'esistente. Non saprei valutare se sia una buona idea o no, e forse non è nemmeno quello che voglio fare in questo momento: adesso mi interessa invece ricordare come tutti i tratti disturbanti e scandalosi che noi riconosciamo nello stile barbaro si motivino alla luce di quella prima mossa. Poi magari restano scelte che non condividiamo, ma è importante capire che sono sezioni di un paesaggio coerente, e fondato. Mi rendo conto che è dalle prime pagine di questo libro che vi sfinisco con questa storia della coerenza barbara, e che non sono una malattia senza spiegazioni, e che l'animale è uno, è inutile che stiate a giudicare solo la zampa sinistra, ecc., ecc.: ma, guardate, è l'unica possibilità di riscattare il fastidio e l'orrore per i barbari dalla inutilità dello sfogo da bar, e dalla vergogna dell'ironia intellettuale. Vi fa schifo il mare che sa di petrolio? E' ora di capire che ogni volta che accendete il vostro SUV fate la prima mossa di una partita che finisce con il bagnetto al sapore di diesel. Ci sono delle premesse, e ci sono delle conseguenze. Ricucire le prime alle seconde, please. Un minimo di rigore, siamo mica al Processo del Lunedì.
Così, quel che farò in questa benedetta discesa, è annotare tutta una serie di sintomi di barbarie e ricollocarli nel paesaggio che è il loro. Come si diceva puntate fa: attaccare le zampe al corpo, e l'urlo all'animale, e quella corsa a un'unica fame intelligente. Non la farò lunga. Sono quasi solo degli inizi di pensieri. Ma mi interessava dettarvi il gesto. Poi continuate un po' voi, se vi piace. Pronti? Allora vado, in ordine sparso. Quel che viene, viene.
[…]
(23.continua)
[…]
Qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa
[…]
Tremerà la terra, e solo dopo, quando tutto si sarà fermato di nuovo nella bella permanenza di una nuova civiltà, ci si guarderà attorno: e sarà sorprendente vedere cosa è ancora là, dei paesaggi della nostra memoria.
Che potrebbe anche essere l'ultima riga di questo libro, ma non lo è, perché è vero che sono finite le pagine del taccuino, ma un epilogo ci vuole, e ci sarà. Giusto una puntata. Ma che abbia il sapore di ciò che, un tempo, chiamavamo: finale.
Sabato prossimo. Come promesso, dalla Grande Muraglia.
(29-continua)
Dalla Grande muraglia
SIMATAI (Pechino) - Ve l'avevo detto che avrei scritto il finale sulla Grande Muraglia. Sembra un rito deficiente, e forse lo è, ma il fatto è che non mi riesce veramente di spiegare cosa ho in testa senza raccontare questo serpentone di pietre e follìa. È una specie di immagine guida, per me. Così mi son detto: chissà com'è pensare un'immagine mentre ci stai camminando sopra. Una cosa da Gulliver: fare trekking dentro a un proprio pensiero. Potevo resistere?
[…]
E adesso ci starebbe bene un bel paragrafo per spiegare cosa secondo me bisognerebbe portare in salvo nella mutazione. Ma il fatto è che non ho le idee molto chiare, al proposito. So che c'e sicuramente qualcosa, ma cosa, è difficile dirlo, adesso, con esattezza. Difficile. L'unica cosa che mi viene in mente è, ancora una volta, una pagina di Cormac McCarthy. È proprio al fondo di quel libro che già vi ho citato nelle epigrafi, ve lo ricordate? La storia dello sceriffo e del killer. "Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima?" Ve lo ricordate? Bene. Quello è un libro davvero senza speranza, sembra la resa incondizionata a una mutazione rovinosa, nessuna speranza, nessuna via d'uscita. Però a un certo punto lo sceriffo passa vicino a una strana cosa, una specie di abbeveratoio scavato nella pietra dura a colpi di scalpello. È proprio nell'ultima pagina.
[…]
In cosa crediamo per avere ancora questo istinto cieco a mettere al sicuro qualcosa? McCarthy, lui l'ha scritta così: "Penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare e che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte".
(21 ottobre 2006)
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Storie da I barbari
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| 7 maggio 1824. Beethoven presenta, a Vienna, la Nona Sinfonia |
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7 maggio 1824. Beethoven presenta, a Vienna, la Nona Sinfonia Come andò veramente quel giorno è una storia che prima o poi mi piacerebbe raccontare. Non qui, non è il posto giusto. Ma vi dico che prima o poi lo farò, perché è una cosa importante, capire. "Quante cose nate o morte in un momento", è una frase di Roxane, nel Cyrano, ma va bene anche per la sera in cui per la prima volta degli umani ascoltarono l'Inno alla Gioia (pochi, umani, perché molti, sfiniti, a metà concerto tagliarono la corda). Sono momenti, quelli.
Prima o poi bisognerà decidersi a raccontarli, veramente. Non adesso, comunque.
Non adesso, ma una cosa la vorrei dire, perché credo che c'entri con i barbari, e la cosa è che Beethoven quella sera si recò a teatro vestito con un frac verde, non ne aveva di un colore più decente, più rispettabile, e così dovette mettere quel frac verde, e in un certo senso, mentre usciva di casa, quella era la sua maggiore preoccupazione, cosa avrebbero detto del suo frac tragicamente verde, e allora il suo segretario, che si chiamava Schindler, lo rassicurò, e gli disse che non doveva preoccuparsi perché il teatro sarebbe stato sicuramente in penombra e quindi era improbabile che la gente notasse l'esatto colore del suo frac, che era, nella circostanza, verde.
Andò proprio così. E quando sarò arrivato alla trentesima puntata di questo libro mi riuscirà più facile spiegarvi come sia importante questo aneddoto. Sarà fra mesi, immagino, ma allora non avrete difficoltà a capire questa frase: era anche una questione di come andavano vestiti. Promesso.
[…]Dunque, apparve la Nona di Beethoven ed è curioso capire come la presero. La gente, i critici, tutti. Era esattamente uno di quei momenti in cui alcuni umani si scoprono le branchie dietro alle orecchie e iniziano timidamente a pensare che loro starebbero molto meglio in acqua. Erano sulla soglia di una mutazione micidiale (l'abbiamo poi chiamata: romanticismo. Non ne siamo ancora usciti adesso). Quindi è molto importante andare a vedere cosa dissero e pensarono in quel momento.Quel che mi fa sorridere è che la Nona, ai giorni nostri, è esattamente uno dei baluardi più alti e rocciosi di quella cittadella che sta per essere assaltata dai barbari. Quella musica è diventata bandiera, inno, fortificazione suprema. È la nostra civiltà. Beh, ho una notizia da dare. C'è stato un tempo in cui la Nona era la bandiera dei barbari! Lei e i lettori di romanzi: tutti barbari! Quando li vedevano arrivare all'orizzonte, correvano a nascondere le figlie e i gioielli! Sono colpi. (Così, per inciso: come si è arrivati a pensare che quelli che NON leggono romanzi sono i barbari?)
E allora ecco cosa scrisse un critico londinese, l'anno dopo, quando potè finalmente leggere e sentire la Nona. Ci tengo a dire che non era un fesso, e scriveva per una rivista autorevole che si chiamava The Quarterly Musical Magazine and Review. E questo fu ciò che scrisse, e che io metto qui, come seconda epigrafe:
"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d'altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell'arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro".
Voilà.
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Walter Benjamin
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Walter Benjamin, lo dico per quelli che non lo conoscono, era tedesco (per cui, per favore, non si pronuncia Bengiamin, come se fosse vissuto in Connecticut). Nato a Berlino nel 1892, morto 48 anni dopo, suicida. Di lui si potrebbe dire che è stato il più grande critico letterario della storia della critica letteraria. Ma sarebbe riduttivo. In realtà era uno che studiava il mondo. Il modo di pensare del mondo. Per farlo, usava spesso i libri che leggeva, perché gli sembravano una porta d'accesso privilegiata alla mente del mondo. Ma in realtà sapeva usare, altrettanto bene, qualsiasi altra cosa: che fosse la magia della fotografia, o le pubblicità dei reggiseni, o la topografia di Parigi, o quel che la gente mangiava.
Scriveva molto, in maniera quasi ossessiva, ma non gli riuscì praticamente mai di confezionare un bel libro, completo e compiuto: quello che ha lasciato dietro di sé è un'enorme massa di appunti, saggi, aforismi, recensioni, articoli, e indici di libri mai scritti. Di che far diventare pazzo un editore. Visse intristito dalla constatazione che da nessuna parte avevano un posto sicuro e uno stipendio per lui: università, giornali, editori, fondazioni gli facevano molti complimenti ma mai risucivano a trovare il sistema di lavorarci insieme. Così si rassegnò a vivere in perenne indigenza economica. Lui diceva che ciò gli aveva quanto meno riservato un privilegio sottile: svegliarsi quando cavolo gli pareva, ogni mattina. Ma va detto che, per lo più, non la prese affatto bene. Ancora una cosa: era ebreo e marxista. Se eri ebreo e marxista, la Germania nazista non era propriamente il posto migliore dove invecchiare serenamente.
[…]Ecco: lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente. Da Baudelaire alle pubblicità, qualsiasi cosa su cui si chinava diventava la profezia di un mondo a venire, e l'annuncio di una nuova civiltà.
Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l'oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos'era, ma intuire in cosa, quell'oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. Lo faceva godere studiare l'esatto punto in cui una civiltà trova il punto d'appoggio per ruotare su se stessa e diventare paesaggio nuovo e inimmaginabile. Lo faceva morire descrivere quel movimento titanico che per i più era invisibile, e per lui, invece, così evidente. Fotografava il divenire, e anche per questo le sue foto vennero, per così dire, sempre un po' mosse, e quindi inusabili da istituzioni che davano uno stipendio, e obbiettivamente ostiche per chi le guardava. Era il genio assoluto di un'arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come: l'arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano.
[…]Ho spesso pensato a come sarebbe stato utile, pazzescamente utile, uno come lui, dopo la guerra, quando tutto è saltato, e abbiamo iniziato a diventare quello che siamo adesso. E' atroce il fatto che lui non abbia potuto conoscere la televisione, Elvis, l'Unione Sovietica, il registratore, il fast food, JFK, Hiroshima, il forno a microonde, l'aborto legalizzato, John Patrick McEnroe, le giacche di Armani, Spiderman, Papa Giovanni, e un sacco di altre cose. Ci pensate cosa avrebbe potuto farne, di un materiale del genere? Capace che ci spiegava tutto (sempre in modo un po' mosso, questo è vero) con anni di anticipo. Lui era uno che nel 1963, per dire, avrebbe potuto profetizzare, senza neanche troppo sforzo, il reality show. Ma non andò così. Benjamin si fece fuori in un buco di cittadina al confine tra Francia e Spagna. Era il settembre del 1940. Si era convinto, alla fine, a scappare dal delirio bellico nazista, e quel che aveva in mente era di arrivare in Portogallo e poi, sebbene controvoglia, andarsene in America. Ebbe una grana coi visti. Lo fermarono lì, al confine, tenendolo un po' sulla corda. Lui, di notte, pensò che non era cosa per lui. E la fece finita con una pastiglia di cianuro. Il giorno dopo arrivò il suo visto, col timbro e tutto. Si sarebbe salvato. Finale shakespeariano.
Ogni tanto (e ci ricasco) mio figlio mi chiede: ma tra uno forte e uno intelligente, chi vince? E' una buona domanda. Tra Rita Levi Montalcini e John Cena, chi vince? Di solito rispondo Rita Levi Montalcini, perché è la risposta politicamente corretta e io sono, come risulta dai settimanali, un buonista veltroniano. Ma ci tengo a sottolineare che quella volta no. In quella faccenda di Benjamin vinse il più forte. Lui era il più intelligente che ci fosse. E perse. Non c'è santo.
[…]Quando penso a cosa ci siamo persi con la morte di Benjamin, lo penso perché so che a lui, pur essendo un erudito bestiale, non avrebbe fatto schifo occuparsi di Spiderman, o di McDonalds. Voglio dire che lui è stato uno dei primi a pensare che il DNA di una civiltà si costruisce non soltanto nelle curve più alte del suo sentire, ma anche, se non soprattutto, nelle sue sbandate apparentemente più insignificanti. Di fronte alla cultura non era un bigotto: era un laico integrale. In ciò rappresenta, senza alcun dubbio, un modello: in quel suo essere capace di dedurre il nervo del mondo da Baudelaire così come da un manuale di giardinaggio (lo fece davvero) c'è una scelta di campo che suona come una lezione definitiva. Per me è sintetizzata in un'immagine, quasi un frame, un'occhiata come un lampo, che mi è accaduto di vivere, a tradimento, in una libreria a San Francisco. Anzi, a dirla tutta, era proprio la libreria di Ferlinghetti, la mitica City Lights.
Stavo lì a sfogliare libri, per il puro piacere di sfogliare, e a un certo punto casco sull'edizione inglese degli scritti di Benjamin. E' una cosa immensa, in realtà, e lì ce n'erano giusto due volumi, a caso. Apro e sfoglio. Gli inglesi (come peraltro gli italiani) son venuti fuori dal gran casino delle sue carte decidendo di pubblicarne una selezione in ordine cronologico.
L'anno che avevo io in mano era il 1931. Sono andato a cercarmi l'indice, perché la sequenza dei titoli dei suoi scritti è già, di per sé, una lezione.
Critica della nuova oggettività
Hofmannsthal e Aleco Dossena
Karl Kraus
La critica come disciplina fondamentale della storia letteraria
Lettere tedesche
Critica teologica
Tolgo la mia biblioteca dalle casse
Franz Kafka
Piccola storia della fotografia
Paul Valéry
Leggevo e godevo abbastanza. La lista della spesa di un genio. Poi c'era scritto:
Il terremoto di Lisbona.
Il carattere distruttivo.
Riflessioni sulla radio.
Vedi, la radio, stavo pensando, quando sono arrivato al titolo dopo. E il titolo dopo era un titolo che forse aspettavo da anni, che probabilmente avevo sognato di trovare per anni, negli indici benjaminiani, senza mai trovarlo, in verità, ma anche senza perdere del tutto la speranza. E adesso, eccolo lì. Il titolo dopo diceva:
Mickey Mouse.
Non so, io ormai mi commuovo anche a vedere Narnja, ma insomma, lì, nella libreria di Ferlinghetti, mi sono commosso. Topolino. C'è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino. Voglio dire, quell'uomo aveva tradotto Proust, aveva capito di Baudelaire più di quanto ne avessero mai capito prima, aveva scritto un libro fondamentale sul dramma barocco tedesco (quasi quasi, solo lui sapeva cos'era), passava il tempo a rivoltare Goethe come un calzino, recitava a memoria Marx, adorava Erodoto, regalava le sue idee ad Adorno, e al momento buono pensò che per capire il mondo - per capire il mondo, non per essere un erudito inutile - sarebbe stato opportuno capire chi? Topolino.
[…]
Intanto è una pagina di diario, quindi erano appunti che prendeva per se stesso, giusto per non dimenticare niente. E poi per un cervello come quello di Benjamin, Disney doveva essere molto più difficile, da capire, che, poniamo, un Goethe. Mi viene in mente quello che diceva Glenn Gould, per giustificare il fatto di non amare il rock: "Non riesco a capire le cose troppo semplici". Erano cervelli fatti così.
Resta comunque il fatto che Benjamin avrebbe benissimo potuto risparmiarsi una riflessione su Topolino, eppure la fece, e questa è, come dicevo, una lezione: e quel che scrisse, una specie di reperto feticistico. Lo riporto qui, integralmente.
Da una conversazione con Gustav Glück e Kurt Weill. Relazioni di proprietà nei cartoni animati di Mickey Mouse: lì, per la prima volta, capiamo che è possibile essere derubati del proprio braccio, e perfino del proprio corpo.
Il percorso di Mickey Mouse è più simile a quello di una pratica d'ufficio che a quello di un maratoneta.
In questi film, la specie umana si prepara a sopravvivere alla civilizzazione.
Mickey Mouse dimostra che una creatura può ancora sopravvivere anche se privata di sembianze umane. Distrugge l'intera gerarchia delle creature che si suppone culmini nell'umanità.
Questi film sconfessano il valore dell'esperienza più radicalmente di quanto si sia mai fatto. In quel mondo, non vale la pena provare esperienze.
Analogie con le favole. No, giacché gli elementi più vitali nelle favole sono evocati in modo meno simbolico e suggestivo. C'è un incommensurabile divario tra esse e Maeterlink o Mary Wigman. Tutti i film di Mickey Mouse sono basati sul tema dell'andar via di casa per scoprire cos'è la paura.
Per cui la spiegazione dell'enorme successo di questi film non è data dalla tecnica, dalla forma; non è neanche un fraintendimento. E' semplicemente data dal fatto che il pubblico vi riconosce la propria stessa vita.
D'accordo, non si capisce un granché. Però ci sono almeno due frasi che mi piacciono molto. La prima e l'ultima. La prima è preziosa perché spiega di cosa parlavano due cervelli come Benjamin e Kurt Weill quando si incontravano: parlavano di Walt Disney (beh, magari non sempre, ma almeno una volta sì).
L'ultima, nel suo candore, mi commuove, perché ci vedo tutto il gran macchinario della riflessione marxista chinarsi eroicamente sull'ultima boiata americana, nell'intento sublime di cercare di capirne il successo, simile a un elefante che cercasse di infilarsi nel buco del lavandino. Mi vedo Benjamin che rilegge, si toglie gli occhiali e, spegnendo la luce, pensa:
va be', questa è un po' stiracchiata, eh?
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| Vino |
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Ecco la storia. Per anni il vino è stata un'abitudine di alcuni, pochi paesi: era un bevanda con cui ci si dissetava e con cui ci si alimentava. Uso diffusissimo e statistiche di consumo agghiaccianti. Producevano fiumi di vinello da tavola e poi, per passione e cultura, si lasciavano andare all'arte vera e propria: e allora tiravano fuori i grandi vini. Lo facevano, quasi esclusivamente, francesi e italiani. Nel resto del mondo, è bene ricordarlo, bevevano altro: birra, superalcoolici e cose anche più strane. Del vino non ne sapevano niente.
Ecco cosa successe dopo la seconda guerra mondiale. Gli americani tornati dai campi di battaglia francesi e italiani si portarono a casa (oltre a un sacco di altre cose) il piacere e il ricordo del vino. Era qualcosa che li aveva colpiti. Noi iniziammo a masticare chewingum (come diavolo si scrive?) e loro iniziarono a bere vino. Cioè, gli sarebbe piaciuto berlo. Ma dove lo trovavano?
Detto fatto. Qualche pazzo americano si mise in testa di provare a farlo. E qui inizia la parte interessante della storia. Se volete un anno, un nome e un posto, eccoli qui: 1966, Oakville, California. Il signor Mondavi decide di fare il vino per gli americani. Nel suo genere, era un genio. Partì con l'idea di copiare i migliori vini francesi. Ma non gli sfuggì che andavano un po' adattati al pubblico americano: da quelle parti l'artista e il funzionario del marketing sono la stessa persona. Era un pioniere, non aveva quattro generazioni di artisti del vino alle spalle, e faceva vino dove nessuno aveva mai pensato di fare altro che pesche e fragole. Insomma, non aveva tabù. E fece, con una certa maestria, quello che voleva.
Sapeva che il pubblico americano era (quanto ai vini) profondamente ignorante. Erano aspiranti lettori che non avevano mai aperto un libro. Sapeva anche che era gente che mangiava spesso in maniera molto rudimentale, e che non avrebbe avuto la pressante necessità di trovare il bouquet giusto da abbinare a un confit de canard. Se li immaginò con il loro bel cheeseburger e una bottiglia di Barbaresco e capì che non poteva funzionare. Capì che se volevano avere del vino era per berlo prima di mangiare, come un drink, e capì che se l'alternativa era un superalcoolico il vino non avrebbe dovuto deluderli: e se l'alternativa era una birra, il vino non avrebbe dovuto spaventarli. Era un americano e così sapeva, con lo stesso istinto che altri misero a frutto a Hollywood, che quel vino doveva essere semplice e spettacolare. Un'emozione per chiunque. Sapeva tutte queste cose e, evidentemente, aveva un qualche talento: voleva quel vino e lo fece.
Gli andò talmente bene che quella sua certa idea di vino è diventata un modello. Non ha un nome, così, per capirsi, gliene do uno io. Vino hollywoodiano. Ecco alcune sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta (se uno viene dal superalcoolico, del dolcetto non sa cosa farsene), gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli (senza tannini fastidiosi né acidità difficili da domare); al primo sorso c'è già tutto: dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando l'hai bevuto, la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto per lo più con uve che si possono coltivare quasi ovunque: Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Dato che è manipolato senza troppi timori reverenziali, ha una personalità piuttosto costante, rispetto alla quale la differenza delle annate diventa quasi trascurabile. Voilà.
Con questa idea di vino, il signor Mondavi e i suoi adepti hanno ottenuto un risultato singolare: gli Stati Uniti oggi consumano più vino che l'Europa. In trent'anni hanno quintuplicato le loro bevute di vino (si spera abbiano ridotto quelle di wiskey). E questo è niente: il fatto è che il vino hollywoodiano non è rimasto un fenomeno americano ma, proprio come Hollywood, è diventato un fenomeno planetario: non si erano mai sognato di farlo, ma adesso bevono vino anche , per dire, in Cambogia, Egitto, Messico, Yemen, e posti anche più assurdi. Che vino bevono? Quello hollywoodiano. Neanche Francia e Italia, le due patrie del vino, ne sono uscite indenni: non solo bevono in gran quantità il vino hollywoodiano, ma si sono messi a produrlo.
Si sono adattati, hanno corretto due o tre cose, e l'hanno fatto. Anche molto bene, bisogna dire. Adesso nelle enoteche di una città italiana è facile trovare l'italiano che beve il suo vino hollywodiano fatto in Sicilia, prima di cena, mangiando due patatine e salatini piccanti. E' già qualcosa che non lo beva direttamente a canna, guardando alla tivù l'ultima partita di baseball.
I barbari!
Se andate da un vecchio maestro del vino, uno di quei francesi o italiani che sono cresciuti in famiglie in cui l'acqua a tavola non c'era, e che vivono sulla stessa collina in cui da tre generazioni la loro famiglia va a dormire nell'odore di mosto, e che conosce la propria terra e le proprie uve meglio del contenuto delle proprie mutande; se andate da un maestro in cui vive una sapienza secolare e una intimità assoluta col gesto di fare il vino; se andate da lui e gli fate bere un bicchiere di vino hollywoodiano (magari quello prodotto da lui stesso) e gli chiedete cosa ne pensa, ecco la sua risposta: bah. Alle volte articolano un po' di più, ma insomma bisogna interpretare un po'.
Interpreto così: non gli interessa, è una cosa divertente ma di nessuna importanza, ci ammirano la furbizia, magari, ma scuotono la testa pensando a quelli che se lo berranno, e non sanno cosa si perdono. Poi vanno di là a rifarsi la bocca con un Barolo d'annata. E come far salire Schumacher su un go kart, come far ascoltare Let it be a Glenn Gould, come chiedere a De Gasperi un parere sull'Udc, come chiedere a Luciano Berio cosa gli sembra di Philipp Glass. Magari non lo dicono, ma lo pensano: simpatici, questi barbari.
Si potrebbe pensare che sia la solita arroganza dei vecchi potenti, una banale sindrome da après moi le deluge. Ma il vino è una cosa relativamente semplice, non è la musica o la letteratura, per cui potete fare la prova, potete bere e verificare, se avete un minimo di consuetudine con quel gesto. Prendete un barbaresco di alto livello e bevete: facilmente sentirete una serie di sensazioni se non sgradevoli, almeno faticose.
Facilmente vi verrà da cercare la sponda di un qualche cibo proprio per ammortizzare quelle sensazioni. Al sorso dopo sarà già tutto cambiato (c'avete messo di mezzo, che so, un arrosto). E simultaneamente il primo sorso sta ancora lavorando e voi capite che gustare il vino è un faccenda che non riguarda tanto il primo sorso, o gli istanti in cui lo bevete, ma tutto il tempo dopo, la storia che il vino vi racconta dopo. Per tutta la cena fate un viaggio tra sensazioni che cambiano e vi impegnano, in qualche modo, e vi ricompensano, ma con misura e con uno strano, sofisticato, sadismo. Quando vi alzate, vi spiegano che quello era un Barbaresco di una certa annata e di un certo podere: una delle tante possibilità. E le altre possibilità sono altri mondi, altre scoperte, altri viaggi. Roba da rimanerci intrappolati e risvegliarsi tempo dopo con venti chili di più e una insidiosa propensione alle vacanze enogastronomiche.
Se poi tornate al vino hollywoodiano, ne scegliete uno (magari esagero, ma sono talmente simili che potete scegliere quasi a caso) e tranquilli ve ne sorseggiate un bicchiere, seduti davanti a un'enoteca piacevole, capirete molte cose. Vi piacerà, sarete felici di stare lì, e, se non siete raffinati e colti bevitori, avrete perfino l'impressione di aver trovato il vino che avevate sempre cercato. Ma è indubbio che è un'altra cosa. Go kart, se capite cosa voglio dire. E ve lo dice uno che piuttosto di fare una vacanza enogastronomica si spara un villaggio vacanze alle Canarie (esagero: diciamo che si spara IN un villaggio vacanze alle Canarie: pum).
Vino senz'anima. Nel suo piccolo, il microcosmo del vino descrive l'avvento, a livello planetario, di una prassi che, salvando il gesto, sembra (ho detto sembra) disperderne il senso, la profondità, la complessità, l'originaria ricchezza, la nobiltà, perfino la storia.
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| Calcio |
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Anche quello è un villaggio sotto l'assedio dei barbari. Nel senso che è diffusa l'impressione che anche lì si sia smarrito lo spirito vero della faccenda, il suo tratto più nobile, se vogliamo: l'anima. E' vero, o se la raccontano? Probabilmente tutt'e due. La nostalgia per il calcio di un tempo (non è mai chiaro, peraltro, quale sia 'sto tempo) è una nostalgia per cose diversissime; la partita solo alla domenica, le maglie con i numeri dall'1 all'11, senza sponsor e sempre uguali, uomini veri alla Nereo Rocco, gentiluomini come Bagnoli ("questo non più un calcio per lui" è diventato il suo secondo cognome: adesso è nel ramo alberghi), giocatori senza procuratori e senza veline, allenmatori che permettevano alla classe individuale di venire fuori, stadi meno vuoti e calendari meno fitti, Coppa dei Campioni e non Champions League, la sparizione dei giocatori-bandiera (sopravvive giusto Maldini), Brera come scriveva, curve senza striscioni nazisti o falci e martelli, meno doping e più fame, meno schemi e più talento, meno soldi e più maroni. Sintetizzo, ma più o meno è così...Aggiungerei: più pulizia, morale e umana.
E' possibile che abbiano ragione (sempre attendendosi all'Italia: altrove può essere diverso). Per me l'immagine sintetica più forte è Baggio in panchina. Nel senso: quando uno sport, per un sacco di ragioni, si rigira in un modo per cui diventa sensato non far scendere in campo il suo punto più alto (il talento, l'artista, l'eccezionalità, l'irrazionale), allora qualcosa è successo. Che sport sarebbe un tennis in cui McEnroe non entra nei primi 100? Nella tristezza dei numeri dieci seduti in panca, il calcio racconta una mutazione apparentemente suicida.
[…] Posso aiutarvi in questa impresa, posando per un attimo, accanto all'animale, una vecchia foto in bianco e nero?
Fedele al dettato leopardiano, la domenica sera, nelle nostre case di bambini torinesi/cattolici/borghesi, era un momento di composta tragedia. La vestizione del pigiama, anticipata alle ore del crepuscolo come a voler tagliare di netto qualsiasi discussione sul possibile prolungamento del giorno di festa, immetteva in una specie di liturgia della mestizia nella quale ci si mondava dagli eventuali divertimenti domenicali, ritrovando quella disperazione di fondo senza la quale, era convinzione sabauda, nessuna reale etica del lavoro poteva fiorire, e dunque nessun lunedì mattina era affrontabile. In questa lieta cornice, molti di noi, alle sette di sera, accendevano il televisore, perché c'era la partita. Si noti il singolare. Era effettivamente una partita sola, anzi mezza: ne trasmettevano un tempo, in registrata, prima del telegiornale. Nessuno mai era riuscito a capire con che criterio la scegliessero. Circolava però la voce che la Juve avesse un trattamento di favore. E il Toro, per dire, non c'era quasi mai. Alle volte sceglievano partite finite 0 a 0, e questo ci suggeriva l'idea di un Potere dalle logiche imperscrutabili, e dalla sapienza fuori dalla nostra portata.
Naturalmente la partita era in bianco e nero (alcuni, in un commovente balzo in avanti tecnologico, avevano uno schermo che in basso era verde e in alto, non mi è chiaro perché, viola). Le riprese erano notarili, documentaristiche, sovietiche. Il commento era impersonale e di tipo medico: ma non gli era esente un tratto di follìa che ci avrebbe segnato per sempre. Dato che la partita non era in diretta, il commentatore sapeva benissimo cosa stava succedendo, ma faceva finta di non saperlo. Forse storditi dal crescente odore di minestrina che veniva dalla cucina, noi lo lasciavamo fare, a poco a poco rimuovendo l'assurdità umiliante della situazione. Succedeva allora che d'improvviso, senza nessun avvertimento, arrivato alla fine del tempo e pressato dal telegiornale incombente, il commentatore, senza nemmeno cambiare tono di voce, mandasse in pezzi l'intero nostro sistema mentale, facendo scivolare frasi del tipo: "La partita si è poi conclusa sul 2 a 1, grazie a un goal di Anastasi marcato al 23esimo del secondo tempo". D'improvviso sapeva tutto! E usava il tempo passato per dire il futuro! Era assurdo, e mortificante: ma noi, ogni domenica, tornavamo lì davanti, a farci violentare.
Perché eravamo cervelli semplici. E quello era tutto il calcio che vedevamo in una settimana. Alle volte, alcuni fortunati beccavano qualche partita sulla televisione svizzera. Si favoleggiava di Capodistria, ma non c'era niente di sicuro. E allo stadio si andava, certo, ma quante volte? Era un mondo frugale, quanto a emozioni ed esperienze. L'animale calcio ci sembrava splendido, e forse lo era davvero. Certo però che lo si vedeva poco: e quasi sempre fermo, lontano, su una collina, bello di una bellezza quasi sacerdotale. Era il calcio con cui siamo cresciuti. Crescevamo lenti, allora.
[...] tendenzialmente, i barbari vanno a colpire la sacralità dei gesti che aggrediscono, sostituendola con un consumo in apparenza più laico. Direi così: smontano il totem e lo disseminano nel campo dell'esperienza, disperdendone la sacralità. Esempio tipico: la partita della domenica, che adesso è anche il lunedì, il venerdì, il giovedì, in diretta, registrata, solo le azioni importanti, dovunque.
[…]
ecco la cosa che trovo interessante: l'idea di spettacolarità che il calcio ha scelto negli ultimi anni, più o meno da quando si è percepita una certa mutazione barbarica.Naturalmente buona parte di quella idea di spettacolarità c'entra con le tecniche di racconto, con la televisione, le riprese, il tipo di commento, la scrittura sportiva sui giornali, ecc., ecc: ma è una cosa che c'entra anche con la natura stessa del gioco, con la sua tecnica, con il suo tipo di organizzazione.
Per quello che importa a noi, la domanda è: se ai barbari è necessaria una spettacolarizzazione del gesto, come mai sono arrivati all'assurdo di eliminare proprio il punto più spettacolare dei quel gioco, cioè il talento individuale, o addirittura il marchio dell'artista, e cioè del numero 10? Perché vanno a colpire proprio il punto in cui quel gesto sembra assumere la sua dimensione più alta, più nobile, più artistica? […]
Nel caso del calcio può essere utile, di nuovo, fermarsi a vedere una vecchia foto in bianco e nero. Giusto un'occhiata, ma vedrete che serve.
Quando io ho iniziato a giocare a pallone erano gli anni sessanta e Moggi e Sky non c'erano ancora. Ero l'unico che non avesse le scarpette da pallone (non eravamo poveri, ma eravamo cattolici di sinistra), per cui giocavo con gli scarponicini da montagna legati alla caviglia: per questo, e secondo una logica stringente, i grandi decisero che dovevo giocare in difesa. Ai tempi ero dell'idea che la vita fosse un compito da assolvere, non una festa da inventare, e quindi mi attenni per anni a quell'indicazione di massima, crescendo con la testa di un difensore e scalando le categorie calcistiche con sulla schiena il numero 3. Era, allora, un numero completamente privo di poesia, ma alludeva a una disciplina rocciosa e imperturbabile. Corrispondeva più o meno all'idea, imperfetta, che mi ero fatto di me.
In quel calcio il difensore difendeva. Era un tipo di gioco in cui se avevi sulla schiena il numero 3 potevi giocare decine di partite senza mai passare la linea di centrocampo. Non era richiesto. Se la palla era di là, tu aspettavi di qua, e rifiatavi. La cosa ti dava una strana percezione della partita. Io, per anni, ho visto le mie squadre fare gol lontani e vagamente misteriosi: erano cose che accadevano laggiù, in una parte del campo che non conoscevo e che, ai miei occhi di terzino, replicava l'aura leggendaria di una località balneare, oltre le montagne: donne e gamberoni. Quando si faceva gol, laggiù si abbracciavano, questo me lo ricordo bene. Per anni li ho visti abbracciarsi, da lontano. Ogni tanto mi è anche successo di farmi tutto il campo per raggiungerli, e abbracciarmi anch'io, ma non funzionava tanto: arrivavi sempre un po' dopo, quando la parte proprio svergognata era già finita: ed era come ubriacarsi quando gli altri stanno già tornando a casa. Così, la maggior parte delle volte, rimanevo al mio posto: ci si scambiava un'occhiata sobria, tra difensori. Il portiere, quello era sempre un po' matto: se la cavava da solo.
Ai tempi si marcava a uomo. Questo significa che per tutta la partita giocavi appiccicato a un giocatore avversario. L'unica cosa che ti era richiesta era: annullarlo. Questo imperativo portava a intimità quasi imbarazzanti. Era un calcio semplice, per cui io, che avevo il numero 3, marcavo il loro numero 7: e i numeri 7 erano, in fondo, tutti uguali. Magretti, gambe storte, veloci, un po' anarchici, casinisti pazzeschi. Parlavano molto, litigavano con tutti, si assentavano per decine di minuti, come presi da improvvise depressioni, e poi ti fregavano come serpenti, guizzando con una vitalità improvvisa che aveva l'aria del sussulto del morente. Dopo un quarto d'ora sapevi già tutto di loro: come fintavano, quanto odiavano il centravanti, se avevano problemi al ginocchio, che mestiere facevano e che deodorante usavano (certi micidiali Rexona). Il resto era una partita a scacchi in cui lui teneva i bianchi. Lui inventava, tu distruggevi. Per quanto mi riguarda, il massimo del risultato era vederlo uscire espulso per proteste, ormai in piena crisi di nervi, coi suoi compagni che lo mandavano in mona. Mi piaceva molto quando, uscendo, annunciava, gridando, che lui in quella squadra non avrebbe giocato mai più: lì avevo il senso di un lavoro ben fatto.
Non c'erano ripartenze, non c'erano raddoppi, non si faceva il fuorigioco, non si andava sul fondo a crossare, non si faceva la diagonale. Quando prendevi palla cercavi il primo centrocampista disponibile e gliela davi: come il cuoco che passa il piatto al cameriere. Che facesse lui. Buttarla in fallo laterale andava benissimo (ti applaudivano!), e quando proprio eri in difficoltà la passavi indietro al portiere. Era tutto lì. Mi piaceva.
Poi le cose cambiarono. Iniziarono ad arrivare dei numeri 7 che non parlavano, non entravano in depressione, ma in compenso se ne stavano indietro, ad aspettare. Non mi era chiaro cosa. Forse me, mi dissi. E fu lì che passai la metà campo. Le prime volte era una cosa strana: dalla panchina tutti iniziavano ad urlarti "Torna! Copri!" però intanto tu eri già lì a respirare quell'aria frizzante, e quindi tornavi, ma come la domenica sera dal mare, di malavoglia, e ogni volta ci rimanevi un po' di più. Arrivai a vedere in faccia il portiere avversario (mai successo prima) e mi capitò perfino di ricevere palla dal nostro numero 10, un fuoriclasse fighetto che avevo sempre visto giocare da lontano: guardò proprio me e me la passò, con l'aria di un Garcìa Màrquez che mi porgeva il suo taccuino degli appunti dicendomi Tiemmelo un attimo che vado a pisciare. Erano esperienze.
Quando arrivò la zona trovai il modo di farmi abbastanza male da avere una buona ragione per smettere. Non che non mi andasse quella faccenda di capire, ogni volta, chi dovevo marcare, ma ero cresciuto con una testa diversa, antica, e tutto quel mare di possibilità e di lavori diversi da fare mi sembrava una bella cosa immaginata per altri (oggi, è esattamente quel che penso della civiltà barbara). Mi seccava giocare in linea, trovavo orrendo fare un passo avanti per mettere in fuorigioco l'attaccante, ed era fastidioso fare la diagonale per andare a spianare uno che non avevi nemmeno mai incrociato prima.
Mi mancava anche quella bella sensazione di vedere sempre, con la coda dell'occhio, dietro di me, la sagoma lenta e paterna del libero. E credo che mi mancasse molto tutto quel tempo passato addosso al numero 7, mentre la palla era lontana: si parlava, si facevano falletti intimidatori, si scattava a vuoto, come cavalli scemi. Ogni tanto lui passava a sinistra, a cercare aria: si vedeva che non era casa sua, ma lo faceva nella speranza di togliersi di dosso il suo mastino personale. Mi piacevano i suoi occhi, quando ti rivedeva lì, serafico e ineluttabile. Allora se ne tornava a destra, come quelli che han messo su una gastronomia, in centro, ma poi tanto la miseria non li mollava, e allora ritornavano al paese.
Era quel calcio lì. Non ha più smesso di mancarmi.
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| Era un libro su Google |
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Era un libro su Google.
Google è un motore di ricerca. Il più famoso, amato, e usato motore di ricerca del mondo. Un motore di ricerca è uno strumento inventato per orientarvi nel mare dei siti web. Voi scrivete cosa vi interessa ("lasagne") e lui vi dà la lista di tutti, dico tutti i siti in cui si parla di lasagne (3 milioni 36° mila, per la cronaca). Oggi, sul pianeta terra, se un umano accende un computer, nel 95% dei casi lo fa per effettuare una di queste due operazioni: scambiare mail e consultare un motore di ricerca (così, en passant, annoto che una volta su quattro, quando un umano mette una parola in un motore di ricerca, quella parola ha a che fare con sesso e pornografia. Che allegroni!). Va detto che non è sempre stato così. Per quella singolare forma di miopia che contraddistingue lo sguardo di tutti i profeti che ci azzeccano, i primi padroni del web intuirono che ci saremmo fatti di mail, ma esclusero che saremmo andati ad usare quella roba senza senso che era un motore di ricerca. Credo che avessero in mente il famoso ago nel pagliaio: non aveva senso cercare le cose in quel modo. Quello a cui credevano erano i portali: una delle idee che ha fatto perdere più soldi negli ultimi dieci anni. Credevano cioè che tutti ci saremmo cercati un nostro fornitore di fiducia e a lui avremmo chiesto tutto: previsioni meteo, foto di Letizia Casta nuda, news, musica, film e naturalmente anche la ricetta delle lasagne. Saremmo cioè entrati nell'immenso oceano del web, scegliendo una porta particolare, a noi congeniale, che poi ci avrebbe indirizzato. Il portale, appunto. Oggi, pare, quasi nessuno si sogna di fare così. Non ci siamo cascati! (Spiegatemi perché dovrei farmi dire che tempo fa domani da Virgilio quando posso andare direttamente in un sito Meteo, senza dovermi sorbire tutta quell'altra paccottiglia: così abbiamo più o meno pensato). Insomma, non ci credevano: e mentre spendevano cifre da capogiro per i portali, i motori di ricerca languivano, facendo acqua da tutte le parti, e aspettando il momento di sparire.
Quel che successe poi, fu che un paio di studenti cazzoni dell'Università di Stanford, stufi di usare Altavista perdendo il propio tempo, pensarono che era giunta l'ora di inventare un motore di ricerca come dio comanda. Andarono dal loro professore e gli dissero che quella sarebbe stata la loro ricerca di dottorato. Molto interessante, disse lui, poi dovette aggiungere una cosa tipo E adesso a parte gli scherzi ditemi cosa avete in mente di fare. Non gli sfuggiva che per programmare un motore di ricerca bisognava, innanzitutto, scaricare l'intero web su un computer. Se non hai un mazzo di carte in mano, un mazzo con tutte le carte, non puoi inventare un gioco di bravura con cui trovarne una. Nel caso specifico si trattava di scaricare qualcosa come 300 milioni di pagine web. Ma in effetti non si sapeva nemmeno con esattezza fino a dove si spingesse il grande oceano, e tutti sapevano che ogni giorno disegnava spiagge nuove. Al prof dovette apparire chiaro che quei due gli stavano proponendo di circumnavigare il globo su una vasca da bagno. La vasca da bagno era il computer assemblato che tenevano in garage.
Io me lo vedo che si lascia andare contro lo schienale e allungando le gambe chiede con un sorrisetto da barone: Intendete per caso scaricare l'intero web?
Lo stiamo già facendo, risposero loro
Applausi.
I DUE RAGAZZI americani che, contro ogni buon senso, stavano scaricando nel loro garage l'intero web si chiamavano Larry Page e Sergey Brin. Ai tempi avevano 23 anni. Facevano parte della prima generazione cresciuta tra i computer: gente che già alle elementari viveva con una mano sola perché l'altra era avvitata sul mouse. In più venivano entrambi da famiglie di insegnanti o ricercatori informatici. In più studiavano alla Silicon Valley. In più avevano due cervelli micidiali (nel senso di uno a testa, si intende). Adesso noi siamo colpiti dal fatto che poi, in cinque anni, i due siano riusciti a guadagnare qualcosa come 20 milioni di dollari: ma è importante capire che, all'inizio, non erano i soldi quello che cercavano.
Quel che avevano in mente era un obiettivo tanto candidamente folle quanto semplicemente filantropico: rendere accessibile tutto il sapere del mondo: accessibile a chiunque, in modo facile, veloce e gratuito. Il bello è che ci sono riusciti. La loro creatura, Google, è di fatto quel che di più simile all'invenzione della stampa ci sia stato dato di vivere. Quei due sono gli unici Gutenberg venuti dopo Gutenberg. Non la sparo grossa: è importante che capiate che è vero, profondamente vero. Oggi, usando Google, ci vuole una manciata di secondi e una decina di click perché un umano dotato di comuter acceda a qualsiasi insenatura del sapere. Sapete quante volte gli abitanti del pianeta Terra faranno quell'operazione oggi, proprio oggi? Un miliardo di volte. Più o meno centomila ricerche al secondo. Avete in mente cosa significa? Percepite l'immane senso di "liberi tutti", e sentite le urla apocalittiche dei sacerdoti che si vedono scavalcati e improvvisamente inutili?
Lo so, l'obbiezione è: quel che sta in rete, per quanto enorme sia la rete, non è il sapere.
O almeno non è tutto il sapere. Per quanto derivata, spesso, da una certa incapacità a usare Google, è un'obbiezione sensata: ma non illudetevi troppo. Pensate che non sia stato lo stesso per la stampa e Gutenberg? Avete in mente le tonnellate di cultura orale, irrazionale, esoterica che nessun libro stampato ha mai potuto contenere? Ci pensate a tutto quello che è andato perso perché non entrava nei libri? O a tutto quello che ha dovuto semplificarsi e addirittura svilirsi per riuscire a diventare scrittura, e testo, e libro? Eppure, non ci abbiamo pianto troppo sopra, e ci siamo assuefatti a questo principio: la stampa, come la rete, non è un innocente contenitore che ospita il sapere, ma una forma che modifica il sapere a propria immagine. E' un imbuto dove passano i liquidi, e tanti saluti, che so, a una palla da tennis, a una pesca o a un cappello. Che piaccia o no, è già successo con Gutenberg, risuccederà con Page e Brin.
Dico questo per spiegare che se qui parliamo di Google non stiamo parlando di una robetta curiosa o di una esperienza come un'altra, tipo il vino o il calcio. Google non ha nemmeno dieci anni di vita, ed è già nel cuore della nostra civiltà: se tu lo spii non stai visitando un villaggio saccheggiato dai barbari: sei nel loro accampamento, nella loro capitale, nel palazzo imperiale. Mi spiego? È da 'ste parti che, se c'è un segreto, tu puoi trovarlo.
Così diventa importante capire cosa, esattamente, fecero quei due che nessuno prima aveva immaginato. La risposta giusta sarebbe: molte cose. Ma è una, in particolare, quella che, per questo libro, sembra rivelativa. Provo a spiegarla. Per quanto possa sembrare strano, il vero problema, se vuoi inventare un motore di ricerca perfetto, non è tanto quello di dover scaricare un database di 13 miliardi di pagine web (tante sono, oggi). In fondo, se stipi migliaia di computer in un hangar e sei uno nato con Windows, ce la puoi fare serenamente. Il vero problema è un altro: una volta che hai isolato in mezzo a quell'oceano i tre milioni e passa di pagine web dove compare la parola lasagne, come fai a metterle in un qualsiasi ordine che faciliti la ricerca? È chiaro che se le sbatti lì, a caso, tutto il tuo lavoro è vano: sarebbe come far entrare un poveretto in una biblioteca in cui ci sono tre milioni di volumi (sulle lasagne) e poi dirgli: arrangiati un po' tu. Se non risolvi quel problema, il sapere rimane inaccessibile, e i motori di ricerca, inutili.
Quando Brin e Page iniziarono a cercare una soluzione, avevano chiaro in mente che gli altri, quelli che già ci stavano provando, erano lontani dall'averla trovata. In genere, lavoravano sulla base di un principio molto logico, anzi troppo logico, e, a pensarci adesso, tipicamente pre-barbaro, quindi antico. In pratica si fidavano delle ripetizioni. Più volte compariva in una pagina la parola richiesta, più quella pagina saliva nelle prime posizioni. Concettualmente, è una soluzione che rinvia a un modo di pensare classico: il sapere è dove lo studio è più approfondito e articolato. Se uno ha scritto un saggio sulla lasagna, è probabile che il termine lasagna ricorra molte volte, e quindi è lì che il ricercatore viene spedito. Naturalmente, oltre ad essere obsoleto, il sistema faceva acqua da tutte le parti. Un saggio scemo sulla lasagna, in quel modo, figurava molto prima di una semplice, ma utile, ricetta. Inoltre, come potevi difenderti dal sito personale del signor Mario Lasagna? Era un inferno. Ad Alta Vista (il motore di ricerca migliore, ai tempi) reagirono con una mossa che la dice lunga sul carattere conservatore di quelle prime soluzioni: pensarono di attivare degli editor che si studiassero i tre milioni di pagine sulle lasagne, e poi le mettessero in ordine di rilevanza. Anche un bambino avrebbe capito che non poteva funzionare. Però ci provarono, e per noi questo segna un'importante pietra miliare: è l'ultimo disperato tentativo di affidare all'intelligenza e alla cultura un giudizio sulla rilevanza dei luoghi del sapere. Da lì in poi, sarebbe stato tutto diverso. Da lì in poi, c'erano le terre dei barbari.
Per essere precisi, era il 1996. Più giravano tra i motori di ricerca esistenti, più Page e Brin si convincevano che si poteva fare molto meglio. Una volta ne scoprirono uno che non trovava se stesso. Si chiamava Inktomi. Se digitavi Inktomi non aveva risposte! Era urgente fare qualcosa.
Come abbiamo detto il problema principale era la classificazione dei risultati: come dare un ordine gerarchico alle tonnellate di pagine che venivano fuori se facevi una ricerca. Quando andava bene, i motori di ricerca esistenti mettevano per prime le pagine in cui la parola cercata ricorreva più volte. Era sempre meglio che niente. Per questo Page passava il suo tempo a vedere come se la cavava il migliore di quei motori di ricerca, AltaVista. E fu lì che incominciò a notare qualcosa che attirò la sua attenzione. Erano parole o frasi sottolineate: se ci cliccavi sopra finivi direttamente in una pagina web. Si chiamavano links. Adesso noi li usiamo correntemente, ma ai tempi (dieci anni fa, pensa te), si stava giusto imparando a usarli. Tanto che AltaVista non sapeva nemmeno bene che farsene: li elencava, e si metteva il cuore in pace.
Per Page e Brin, invece, fu l'inizio di tutto. Furono tra i primi a intuire che i links non erano un utile optional della rete: erano il senso stesso della rete, il suo compimento definitivo. Senza links, Internet sarebbe rimasto un catalogo, nuovo nella forma, ma tradizionale nella sostanza. Coi links diventava qualcosa che avrebbe cambiato il modo di pensare.
Uno le intuizioni le può anche avere, ma poi il problema è crederci. Page e Brin ci credettero. Cercavano un sistema per valutare l'utilità delle pagine web di fronte a una determinata ricerca: lo trovarono in un principio apparentemente elementare: sono più rilevanti le pagine verso cui punta un maggior numero di links. Le pagine che sono più citate da altre pagine.
Fate attenzione. C'è un modo molto sbrigativo e inutile di capire questa intuizione: ed è allinearlo al principio commerciale per cui vale di più quello che vende di più. Di per sé è un principio ottuso, che conduce a un circolo vizioso: quel che vende di più avrà più visibilità e quindi venderà ancora di più. Ma in realtà Page e Brin non pensavano a quello. Avevano in mente tutt'altra cosa. Erano cresciuti in famiglie di scienziati e studiosi, e avevano in mente il modello delle riviste scientifiche. Lì, potevi valutare il valore di una ricerca dal numero di citazioni che ne facevano altre ricerche. Non era una faccenda commerciale, era una faccenda logica: se alcuni risultati erano convincenti, erano usati da altri ricercatori, che dunque li citavano. Page e Brin erano convinti che si potessero considerare i links come delle citazioni di un saggio scientifico. Per cui un sito era attendibile e utile nella misura in cui altri siti lo segnalavano. Detta così, ammetterete, suona già più sottile. Azzardata, ma sottile.
La loro intuizione divenne qualcosa di davvero dirompente quando si decisero a fare il passo dopo. Capirono che, a voler essere ancora più efficaci, si sarebbe dovuto tener conto del valore del sito da cui partiva il link. In pratica, e tornando al caso delle riviste scientifiche, se a citarti è Einstein è un conto, se a farlo è tuo cugino, è un altro. Come stabilire, nel mare magnum del web, chi era Einstein e chi tuo cugino? La risposta che diedero non faceva una piega: Einstein è il sito verso cui punta il maggior numero di links. Dunque un link che parte da Yahoo è più significativo di un link partito dal sito personale di Mario Rossi. Non perché Rossi sia un fesso o abbia un nome meno bello: ma perché ci sono migliaia di links che, da ogni parte, puntano a Yahoo: verso Rossi, se va bene, ce ne sono un paio (la figlia, il circolo delle bocce).
Google nasce da lì.
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| Musica classica |
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Non c'è nulla come la musica classica, per capire cosa avessero in testa i romantici. […]
Si può partire da una domanda solo apparentemente scema: c'era la musica classica, prima che inventassero l'idea di musica classica? Naturalmente sì. Non si chiamava così, non c'entrava niente col romanticismo, non era pagata dai borghesi, era sentita da pochissimi, ma c'era. Una forma elitaria di intrattenimento, dai modi piuttosto sobrî e intellettualistici. Spesso legata al piacere della danza, altre volte legata a testi poetici. Ma l'idea stessa che, per loro, quella forma di intrattenimento avesse a che fare con sentimenti e non con sensazioni, è quanto meno dubbia: per come l'abbiamo ereditata noi, la mappa del sentimentale era, ai tempi, una cosa ancora da inventare. Che ci fosse un umanesimo profondo, in una parte più colta dei compositori, è certo: ma ci si può domandare se, tolti i nomi che poi, retrospettivamente, abbiamo riconosciuto come grandi, il resto del consumo musicale non girasse, in realtà, a un numero di giri, spiritualmente, assai inferiore. Probabilmente nel mirino avevano poco di più che un sofisticato diletto.A furia di dilettarsi, comunque, affinarono tecniche, strumenti e linguaggio. L'aristocrazia del primo settecento ereditò così una forma di intrattenimento già matura, pronta per diventare l'espressione ufficiale del suo primato sociale, e del proprio lusso. Così la usò, massicciamente. Il pubblico restava quello selezionatissimo dei saloni di palazzo e dei teatri di corte, e i musicisti rimanevano degli impiegati, se non dei servi: figure comparabili a un giardiniere o a un cuoco. Ma indubbiamente iniziò ad affacciarsi l'ipotesi di una forza espressiva che sembrava perfino sprecata se l'unico obbiettivo era fare da scenografia sonora alla noia dell'Ancien Régime. Su per la dorsale Bach - Haydn - Mozart, crebbe un linguaggio che faceva quasi fatica a rimanere nel contorno dell'eleganza e del puro intrattenimento. Noi oggi, sempre per via di quell'illusione ottica che ci dà il sapere come le cose andarono a finire, tendiamo in realtà a ingigantire quella forma di insofferenza, attribuendole ambizioni spirituali che probabilmente non si sognò mai di avere. Se conosci la Nona di Beethoven, il Don Giovanni di Mozart ti sembrerà effettivamente carico di echi romantici. Ma nel 1787 lo spettatore reale del Don Giovanni non aveva mai sentito Beethoven, e neanche si sognava una cosa come Chopin: facile che il Don Giovanni gli sembrasse giusto bizzarro, bello da sentire e stop. Troppe note, ebbe a dire, pare, l'imperatore Giuseppe II. Era un uomo del suo tempo.
C'era naturalmente un versante religioso: musica liturgica, o composizioni votate all'elevazione morale del credente: insomma il solito, massiccio, lavoro pubblicitario pagato dalla Chiesa per promuovere il suo prodotto (chissà quanto ci metteremo ancora ad ammettere che siamo debitori del meglio dell'arte occidentale alla geniale intuizione di una setta religiosa che inventò la pubblicità e vi investì quantità di denaro irragionevoli). Adesso noi leggiamo quel mondo con gli occhi del poi, ammaestrati da quel che successe dopo. Per cui, in generale, tendiamo ad attribuire a quella musica del cinque-seicento le stesse qualità che abbiamo imparato a riconoscere in un Beeethoven, o in un Verdi. Ma in realtà è un effetto ottico. Là dove le attribuiamo una certa elevatezza spirituale, o addirittura una superiore espressione dell'animo umano, è probabile che gli ascoltatori del tempo registrassero giusto una certa eleganza, o un'intensità cui non sapevano dare nomi.
In realtà, a voler essere cinicamente esatti, fu con Beethoven che nacque, davvero, l'idea di musica classica che noi abbiamo ereditato e che ancora usiamo. Nella sua musica davvero accadde che quel linguaggio raffinato lievitasse al punto da offrirsi come dimora di un riflesso alto, sentimentale, e perfino spirituale della sensibilità umana. La tensione, l'intensità, la spettacolarità che portava con sé, era quasi il fisico spalancamento di spazi che non aspettavano altro che il defluire di una spiritualità fino ad allora clandestina e nomade. Fu una mirabile coincidenza di eventi: nello stesso istante in cui la borghesia nascente intuiva la necessità di una propria elevazione ad aristocrazia del sentire, quella musica coniava esattamente la forma e il luogo in cui trovarla.
Non a caso Beethoven fu praticamente il primo a comporre simultaneamente per l'aristocrazia settecentesca e per la ricca borghesia del primo ottocento: stava in bilico su un confine, e aveva tutta l'aria di un testimone che sanciva la staffetta dal potere aristocratico a quello borghese. Il fatto che fosse apprezzato da entrambe dà un'idea della vertiginosa ricchezza di quel che fece: era una musica capace di emozionare due civiltà diverse e, in certo senso, antitetiche.
Il gesto strategicamente geniale dei romantici fu quello di adottarlo come padre fondatore di ciò che avevano in mente. E' difficile dire se a lui sarebbe piaciuto, ma loro lo fecero, e in questo dimostrarono un'astuzia e un'intelligenza sbalorditive. Beethoven fu per loro il lasciapassare per una nuova civiltà. Era un maestro intoccabile, e sarebbe bastato dimostrare che, in realtà, stava dalla loro parte. Ci riuscirono. Non era nemmeno tanto difficile: in effetti quella musica sembrava generare e descrivere esattamente ciò che essi intuivano come il respiro spirituale dell'uomo romantico. Nel modo più alto, quasi riassuntivo, sembrava farlo in un'opera particolare: la Nona sinfonia. Ancora ai tempi di Wagner era adottata come totem supremo, luogo dell'origine e legittimazione fondante di tutto ciò cui la musica del tempo aspirava. E in effetti, se ci pensate, quella sinfonia sembrava davvero disegnare, fisicamente, la silhouette della spiritualità romantica. La sua lunghezza esagerata alludeva nel modo più chiaro a un'espansione dell'orizzonte umano. La sua difficoltà (alla prima esecuzione, metà del teatro se ne andò prima della fine, esausta) già preconizzava l'idea, molto borghese, che la crescita spirituale dell'individuo passava attraverso un selettivo cammino di fatica e di studio. E poi c'era la prodezza finale: quell'Inno alla Gioia. Tre movimenti strumentali e poi un ultimo movimento con l'ingresso, anomalo, della voce umana e di un testo poetico (guarda caso Schiller, uno dei padri nobili del romanticismo). Era una struttura accecante, nella sua esattezza. Nei primi tre movimenti c'erano tutte le conquiste linguistiche beethoveniane, e dimorava, quasi come in un dépliant promozionale, tutta la gamma delle possibilità spirituali dell'uomo borghese.
Beethoven si sarebbe potuto fermare lì: è invece c'era ancora un gesto da fare, acrobatico, per consegnare ai romantici quello che davvero cercavano: riconoscere a quel cammino spirituale la meta più alta, Dio. Addirittura dedurre l'orizzonte religioso dai materiali della spiritualità laica dell'uomo: porlo come ultimo scalino di un'ascesa tutta umana. Lo fece con quell'Inno da cui, ancor'oggi, siamo soggiogati. Il testo di Schiller convocava esplicitamente Dio al cospetto della spiritualità dell'uomo. L'uso spettacolare del coro, strumento che era privilegio della musica sacra, gettava il linguaggio terreno della musica oltre se stesso. Difficile immaginare qualcosa di più perfetto.
La Nona non era musica romantica: ma fondava il campo da gioco della musica romantica. Inventava e sanciva per sempre l'esistenza di uno spazio intermedio tra natura e divinità, tra la materiale eleganza dell'umano e il trascendentale inifinito del sentimento religioso. Lì, precisamente lì, l'uomo borghese avrebbe collocato se stesso. Quando noi, eredi del romanticismo, usiamo generiche espressione come anima o spiritualità, indichiamo quello spazio. Quella terra intermedia.
La musica classica è stata per secoli uno dei modi più precisi per abitare quella terra. Per rigenerarla ogni volta, in sé, contro la miseria della vita quotidiana. Ancora fino agli anni '70 del novecento è stata, per la borghesia dell'occidente, un rito ideale per confermarsi nella propria nobiltà spirituale. E anche quando era ormai, in realtà, puro diletto raffinato, era vissuto come gesto spirituale, a priori. E' questa concessione che, per lungo tempo, le ha permesso di offrirsi ancora come efficace coagulante dell'identità borghese. C'è un momento esatto in cui ha iniziato ad andare in crisi: quando si sono fatti vivi i primi barbari.
Quello della musica classica è indubbiamente uno dei villaggi usciti peggio dall'invasione barbarica. Il suo evidente rifarsi a una civiltà del passato (addirittura maniacale nella fissazione su un repertorio fatalmente circoscritto) l'ha lasciato praticamente senza difese. I barbari, come abbiamo visto, non hanno l'istinto a distruggere e basta: quel che immediatamente cercano di fare è convertire quel che trovano in sistema passante. Ma la musica classica offre una resistenza a una simile metamorfosi che altri gesti non sfoggiano. Più che distruggere, allora, se ne sono semplicemente andati. Non se ne cava niente, devono aver pensato. Quel che non ci deve sfuggire, è che, nella loro logica, è un gesto sensato. Proprio perché così saldamente collegata a un'idea di spiritualità borghese, quella musica ha poco da offrire ai barbari. Se tu cerchi di vivere senza anima, che te ne fai di Schubert?
Voilà.
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| Monsieur Bertin |
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Eccolo qui. Monsieur Bertin. Anno 1833. Oggi si direbbe: era un boss dei media. Padrone del Journal des Dèbats, voce della borghesia affaristica francese. Uomo affermato, famoso, potente. La borghesia ottocentesca nell'epoca del suo trionfo. Lo so che, a una prima occhiata, noterete soprattutto quelle mani ad artiglio, e la mole soddisfatta, e lo sguardo apparentemente cinico, sordamente cattivo. Ma le cose non stanno esattamente così. Ingres (il formidabile autore del quadro) studiò a lungo in che posa ritrarlo, e stava quasi per arrendersi quando un giorno lo vide mentre, seduto in poltrona, partecipava a una discussione.
Eccolo lì, pensò. E in effetti se voi adesso riguardate il ritratto e lo collocate in quella discussione, ecco che capite meglio. Lo sguardo è quello di uno che ascolta attentamente e nello stesso tempo ha già in mente cosa obbietare, e sta proprio per farlo, quasi sui blocchi di partenza per scattare con la velocità della sua intelligenza, le mani un po' nervose che aspettano l'istante per rimettersi in movimento, la schiena lontana dallo schienale, pronta a proiettare Monsieur Bertin nel cuore dello scontro dialettico. Sembrava un bolso riccone, ed è invece un lottatore, destinato a vincere. E la luce? Tre macchie chiare, la testa e le due mani: il pensiero e l'azione: si può essere più sintetici di così? I vestiti eleganti e l'orologio d'oro certificano una ricchezza che la mole del corpo conferma, strabordando con arrogante ineleganza dal panciotto e dai pantaloni. Ricchi senza vergogna di esserlo. E il viso, che se gli tirate un riga verticale dalla fronte al mento, a destra vi guarda in cagnesco e a sinistra vi sorride , il labbro all'insù, il sopracciglio inarcato? E i capelli, infine, mal pettinati, come di chi non avesse tempo per simili smancerie da aristocratico, sicuri di sé e del proprio disordine: c'è da chiedersi se sarebbero stati così se la criniera leonina di Beethoven non avesse sdoganato per sempre la trasandatezza sprezzante di chi aveva fatto fuori le parrucche (e qui ha il suo momento di importanza il famoso frack verde, ve lo ricordate? Era importante anche il look, oh com'era importante).
Eccolo lì. L'uomo borghese per cui furono perfezionate le idee di anima e di spiritualità romantica, quelle che noi ancora oggi difendiamo. Non le sfoggia apertamente perché non ne ha più bisogno: ha vinto ormai, e può farsi ritrarre senza armi. Ma solo una ventina d'anni prima l'avreste visto molto più preoccupato dei suoi mezzi, e bisognoso di spiegarsi, e timoroso nel rinunciare al pettine.
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| Monsieur Rivière |
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Eccolo qui. Monsieur Rivière. Anno 1805. Era un funzionario dell'amministrazione pubblica. Il pittore è sempre Ingres: ma ai suoi esordi, ancora prudente e sobriamente didattico. Il ritratto della borghesia al suo debutto. Monsieur Bertin quando ancora doveva vincere. Allora la luce è più distesa, perché deve illuminare tutto, e spiegare bene. C'è già l'orologio (e in più un anello prezioso) a certificare una certa sicura ricchezza. Ma il corpo è ancora tirato, a mostrare l'animale che ancora deve sostenere la lotta. E i vestiti (eleganti, cari) non sono l'arrogante cornice a uno strabordante benessere, ma il diligente adempimento all'imperativo della classe.
Il volto sorride, sicuro, nascondendo qualsiasi retropensiero: non cerca altro che ispirare fiducia. La posa è classica, riposata, aristocratica: il tre quarti d'ordinanza. I capelli, pettinati: non c'era ancora stato Beethoven a sdoganare l'addio al pettine, e il taglio astutamente rinvia, insieme a quella mano nascosta e al mobilio, al modello napoleonico: bene o male, un precedente clamoroso per l'aspirazione borghese al dominio. Così immortalato, Monsieur Rivière sembra avere tutte le carte in regola per partire alla conquista del mondo. Ma non ci sono stemmi araldici, intorno a lui, né simboli aulici: era il suo tallone d'Achille. Non era nessuno. E allora, ecco la necessità di esibire le sue armi. Se stesso, il suo mobilio, il suo orologio, certo: ma anche qualcosa di più: la sua nobiltà intellettuale, la sua superiorità spirituale. E così, li vedete spuntare, sullo scrittoio, al suo fianco, i certificati della sua aristocrazia d'animo: dei libri, Rousseau, una partitura, Mozart, e un quadro, Raffaello.
Solo trent'anni dopo, Monsieur Bertin potrà anche lasciarli nel cassetto, forse perfino ignorarli. Ma nel 1805, no. Erano tutt'uno con il corpo del borghese, erano i suoi quarti di nobiltà, erano l'aristocrazia del suo sangue.
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| La Grande Muraglia |
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Sembra un serpente ubriaco, ma in verità una logica c'è, e il principio sembra essere questo: costruisci una torre in cima a una collina, poi guardi verso ovest e cerchi il punto più alto che c'è nel raggio di una settantina di metri, diciamo la distanza da cui è visibile una lanterna nella notte. In quel punto costruisci un'altra torre. Infine colleghi le due torri con un camminamento alto qualche metro, e dotato di sponde. Se per fare questo devi scendere in una gola e poi risalire dall'altra, lo fai senza scomporti, e con serena pazienza. Se devi scalare un costone ripidissimo, lo fai senza smadonnare e con ferma determinazione. Ripeti questo gesto per due secoli e ottieni la Grande Muraglia. È importante, per strada, non cambiare idea mai. Conosco gente che vive, in quel modo.
Devo concludere che camminare per sette ore sulla Grande Muraglia è il modo più esatto di camminare per sette ore rimanendo nello stesso punto. non c'è quasi divenire, e un unico gesto architettonico ti accompagna, immutabile, per chilometri, riproponendoti lo stesso taglio delle pietre, lo stesso colore delle sponde, la stessa idea di gradino, per chilometri. Ogni torre è la stessa torre, e solo la mutevole prospettiva di salite e discese ti certifica che, contro ogni apparenza, ti stai muovendo. Identica, la campagna, intorno. Quando ti sei spinto abbastanza in là da non incontrare proprio più nessuno, sorprendente ti risulta il potere ipnotico di quell'andare surreale, e i passi iniziano effettivamente ad apparirti come un discesa dentro se stessi, dove il barlume di movimento orizzontale che ancora percepisci tende a sfumare nella ben più chiara sensazione di una discesa verticale, quasi una caduta, lenta e ritmica, verso un punto cieco, sotto ai tuoi piedi. Così, mentre scambi la stanchezza per qualche forma di ascesi meditativa, il mondo effettivamente si spegne nel disegno della Muraglia, e la Muraglia si spegne nei tuoi passi, e i tuoi passi si spengono nelle mosse della tua mente, e alla fine resta il nocciolo duro di un pensiero, in questa aria tersa della mente che ho fatto migliaia di chilometri per raggiungere. Monsieur Bertin, penso. La cara vecchia tecnica di monsieur Bertin. Pazienza, fatica, silenzio, tempo, e profondità. Per ricompensa: il pensiero. La prossimità al senso delle cose.
Così mi fermo, e per un attimo ho l'assoluta e errata certezza della superiorità indiscutibile del modello di monsieur Bertin. L'unico modo possibile di pensare, penso. Altro che i barbari. Naturalmente so che non è vero, ma quassù non c'è nessuno a controllare, e non se ne accorgerà nessuno se, per un attimo, baro.
Così, con chiarezza, alla fine, e in modo penosamente antico, mi si srotola davanti agli occhi quel che ho imparato da questo libro, e quel che ho compreso.
In genere si crede che la Grande Muraglia sia una cosa antichissima, una specie di monumento estremo che affonda le radici nella notte dei tempi. In realtà, così come la conosciamo, con quel suo serpente di mura che inanella torrioni uno dopo l'altro, seguendo passivamente il profilo del paesaggio, la Grande Muraglia è una costruzione relativamente recente: un paio di secoli di lavoro, tra Millequattro e Milleseicento. Fu il parto di una singola dinastia, i Ming: la loro spettacolare ossessione. Apparentemente, l'idea era quella di difendersi dalle scorrerie dei nomadi del nord tirando su un muro che corresse dal mare fino alle profonde regioni occidentali. In realtà, la faccenda era assai più complessa. Dove noi tendiamo a vedere un dispositivo militare si nascondeva, invece, un modo di pensare. A nord, nella steppa, c'erano i barbari. Erano tribù nomadi che non coltivavano la terra, praticavano la razzia e la guerra come mezzo di sostentamento, ed erano splendidamente estranee alla raffinatezze della civiltà cinese. Quando il bisogno li incalzava, premevano ai confini dell'impero, e proponevano scambi commerciali. Se gli erano rifiutati, attaccavano. Per lo più, razziato il territorio, se ne scomparivano da dove erano venuti. Ma non mancò chi si spinse a conquistare l'intero impero: Kublai Khan era mongolo, e l'ultimo imperatore cinese, quello spodestato nel 1912, era mancese: barbari, tutt'e due, saliti al trono. Impensabile, ma vero. Per secoli, le diverse dinastie avvicendatesi al potere si posero così il problema di come affrontare quella variabile impazzita che turbava la quiete dell'impero. Quella della muraglia era un'opzione, ma non l'unica. C'erano almeno due altre soluzioni possibili. La prima era invadere i barbari e sottometterli: abbastanza logica, per un impero, ma difficile da realizzare. I nomadi erano formidabili combattenti, e per sconfiggerli bisognava in certo modo accettare il loro modo di combattere e imitarlo. Inoltre, anche ammesso che si riuscisse a vincere, restava da capire cosa farsene di quelle steppe inospitali e come fare, poi, a presidiarle. La seconda opzione era piegarsi a commerciare con loro. Dico piegarsi perché l'idea di scambiare delle merci con i barbari era ritenuta una debolezza ai limiti dell'impensabile. Lo immaginate il Celeste Imperatore che si siede al tavolo con un barbaro e si piega al ricatto, offrendo prezioso grano in cambio di inutili cavalli? Dio non tratta con i selvaggi. Non accetta i loro doni, non riceve i loro ambasciatori, e neanche si sogna di leggere i loro messaggi. Non esistono, per lui.
Il fatto però era che quelli esistevano eccome. Così, per secoli, l'establishment militare e intellettuale cinese si esercitò intorno a quel dilemma delle tre possibilità: attaccare, commerciare o tirare su un muro? Suonava come un problema di strategia militare, ma loro ne fecero un problema quasi filosofico, intuendo che prendere una decisione equivaleva a scegliere una certa idea di se stessi, una certa definizione di cosa fossero l'impero e la Cina. Sapevano che attaccare e commerciare erano gesti che in qualche modo costringevano l'impero a uscire dalla tana, e l'identità cinese a misurarsi con l'esistenza di gente diversa. Il muro, invece, sembrava la sanzione stessa della compiuta perfezione dell'impero, la certificazione fisica del suo essere il mondo intero. Così facevano finta di interpellare i generali, ma era dai filosofi che si aspettavano una risposta. Insegnandoci, per sempre, che nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l'idea che ha di se stessa. E che quando lotta con i barbari, qualsiasi civiltà finisce per scegliere non la strategia migliore per vincere, ma quella più adatta a confermarsi nella propria identità. Perché l'incubo della civiltà non è essere conquistata dai barbari, ma esserne contagiata: non riesce a pensare di poter perdere contro quegli straccioni, ma ha paura che combattendoci può uscirne modificata, corrotta. Ha paura di toccarli. Così prima o poi l'idea a qualcuno viene: l'ideale sarebbe mettere un bel muro tra noi e loro. Ai cinesi venne un sacco di volte, nel corso dei secoli. Era l'unico sistema di combattere senza sporcarsi le mani e rischiare contagi. Era l'unico sistema per annientare qualcosa di cui non erano disposti ad ammettere l'esistenza. Da un punto di vista filosofico, era geniale. Dal punto di vista militare, va detto, non funzionò mai. Nessuna muraglia, né quella che vediamo oggi, né quelle, più modeste, che l'avevano preceduta, servì ad alcunché. I barbari ci arrivavano sotto, bestemmiavano un po', poi giravano il cavallo (decine di migliaia di cavalli) e iniziavano a galoppare lungo il muro. Quando finiva, ci giravano attorno e invadevano la Cina. Lo fecero più volte. Erano nomadi ed erano nati a cavallo: spostarsi di qualche migliaio di chilometri non gli cambiava un granché la vita. Più di rado, forse colpiti da umana impazienza, attaccavano un punto del muro, lo squarciavano e dilagavano al di là. Per cui non c'è dubbio: costruire, mantenere e presidiare quella muraglia aveva dei costi del tutto sproporzionati alla sua utilità militare. Solo un generale deficiente avrebbe potuto concepire un piano del genere. O un filosofo geniale, come iniziate a capire. Così, ecco quello che siamo autorizzati a pensare della Grande Muraglia: non era tanto una mossa militare, quanto mentale. Sembra la fortificazione di un confine, ma in realtà è l'invenzione di un confine. È un'astrazione concettuale, fissata con tale fermezza e irrevocabilità da diventare monumento fisico e immane.
Così noi, oggi, nella Grande Muraglia possiamo leggere la più monumentale e bella enunciazione di un principio: la divisione del mondo tra civiltà e barbarie. Per questo sono venuto fin quassù. Volevo camminare sull'idea a cui avevo dedicato un libro. E capire qui cosa avevo imparato.
Lo voglio dire nel modo più semplice. Qualsiasi cosa stia accadendo, quando abbiamo percepito la spina nel fianco di una qualche razzìa, la mossa che abbiamo scelto di fare è stata alzare una Grande Muraglia. Apparentemente lo abbiamo fatto per difenderci. E siamo tuttora convinti in buona fede che sia per quello. E celebriamo il domestico eroismo di chi la difende ogni giorno, e di chi la costruisce, ottusamente, per migliaia di chilometri. Neanche la constatazione, facile, che quel muro non ha minimamente ridotto le razzìe, ci fa cambiare idea. Continuiamo a perdere pezzi, eppure il grottesco spettacolo di eleganti ingegneri affaticati dietro alla costruzione del muro continua a sembrarci lodevole. Ma la verità è che non stiamo difendendo un confine: lo stiamo inventando. Ci serve quel muro, ma non per tenere lontano quel che ci fa paura: per dargli un nome. Dove c'è quel muro, noi abbiamo una geografia che conosciamo, l'unica: noi di qua, e di là i barbari. Questa è una situazione che conosciamo. È una battaglia che sappiamo combattere. Al limite possiamo perderla, ma sapremo che abbiamo combattuto dalla parte giusta. Al limite possiamo perdere, ma non perderci. E allora avanti con la Grande Muraglia.
[…]
La pensioncina ai piedi della muraglia ha le lanterne rosse e i serramenti di alluminio anodizzato. Non c'è acqua calda, ma c'è la tivu, dove vedo uno che suona il flauto traverso con il naso. Poi vedo anche un telefilm con un bambino che vomita spaghetti. È tutto perfetto.
[…]
Applaudono molto, alla tivù, perché il tipo che suonava il flauto traverso col naso adesso lo fa tenendo in bilico sulla testa una quantità impressionante di piatti e bicchieri. Su un altro canale c'è il Milan. Sterile possesso palla. Fuori, nel buio, la Grande Muraglia. Ma impastata con il nero senza storia di una notte cinese.
È un'idea scritta con la pietra. L'idea era che l'impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L'idea era che non c'erano gli umani, ma cinesi da una parte e barbari dall'altra. L'idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l'avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l'idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero. Anche quando quel muro era giusto una catena di terrapieni accennata qua e là, per noi già si chiamava Grande Muraglia, perché rocciosa e monumentale e era già allora l'idea che esistesse quel confine. Per secoli fu poco più che un'immagine mentale: realissima ma fisicamente inappariscente. Così, quando Marco Polo andò laggiù e raccontò tutto quel che vide, della Muraglia non fece parola. Possibile? Non solo possibile, ma logico: Kublai Khan era un mongolo, l'impero che Marco Polo vide era quello dei barbari vincitori che erano scesi dal nord e si erano presi la Cina. Esisteva nella loro mente quell'idea di confine? No. E, sparita dalla mente, la Grande Muraglia era poco più che qualche singolare fortificazione sperduta nel nord: per qualsiasi Marco Polo, era invisibile. |
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Trascrizione della conversazione con Marino Sinibaldi (Fahrenheit 11/12/2006)
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Marino Sinibaldi - Il primo ospite del nostro pomeriggio è Alessandro Baricco, che per tutta l'estate, per la verità dalla primavera all'autunno, se ricordo bene le date, ha tentato di descrivere su un quotidiano, la Repubblica, e ora in un volume pubblicato in due edizioni, come hanno notato i librai dell'Eur, anche con un pizzico polemico... Quella di cui parliamo, completa di note e di una interessante cronologia, appare ora per le edizioni Fandango.
Il titolo è I Barbari, il sottotitolo, significativo, è saggio sulla mutazione o le mutazioni cioè i cambiamenti del mondo come si presentano sotto i nostri occhi; come si presentano all'osservazione quotidiana o alla sensibilità quotidiana, per esempio di chi legge un giornale.
Di questi mutamenti, potremmo cominciare descrivendo quelle che secondo Baricco sono alcune conseguenze, tanto per dare il senso del ragionamento:
la superficie al posto della profondità,
la velocità al posto della riflessione,
le sequenze al posto dell'analisi,
il surf al posto dell'approfondimento,
la comunicazione al posto dell'espressione,
il multitasking al posto della specializzazione,
il piacere al posto della fatica.
Questi sarebbero alcuni tratti, o meglio, alcune conseguenze dei mutamenti del nostro tempo per il quale, il termine di barbarie, Baricco non è il primo ad evocare.
Questo libro raccoglie degli articoli. Letti tutti insieme consentono forse di capire meglio se c'è un progetto, un'idea.
Intanto sono, mi sembra, caratterizzati dal luogo particolare in cui sono apparsi, che è un giornale, quindi, appaiono in mezzo alla quotidianità.
Poi c'è uno sguardo particolare, che è strano perché è uno sguardo rasoterra, come diremo tra poco, parte da alcuni indizi molto quotidiani, molto concreti, e però continuamente si sposta verso l'alto, come fosse rasoterra e abissale insieme, puntasse ad essere rasoterra è abissale insieme.
La terza ragione d'interesse è il metodo. Baricco parte da alcuni sintomi, alcuni sintomi apparentemente molto marginali perché parla di vino, parla di calcio, parla di Google, parla di libri - questi magari ai nostri ascoltatori non sono molto marginali - ma ne parla, dice lui, come l'allenatore che quando ti tocca la punta del dito del piede, e tu urli, e pensi che magari ti sei rotto il dito, dice: no, hai dei problemi ai reni. Questa è un'idea di sintesi.
Poi c'è un'ipotesi, che tra poco diremo, e un'obiezione anche, contiene, perché parla di barbarie dei nostri tempi ma, lui stesso racconta, in alcune delle pagine più divertenti, come l'accusa di barbarie ha riguardato tutti, come ogni generazione appariva barbarica alle precedenti. Persino Beethoven a chi amava Monteverdi.
Questo insomma è un tentativo, non facile, di riassumere il perimetro di questo libro particolare.
E allora la prima domanda riguarderebbe proprio la sensazione da cui è nato, cioè da quale smarrimento, da quale disagio, da quale interesse o da quale, in questo caso sintomo, Baricco, è nato questo tentativo di descrivere, in maniera così sintetica e complessa, le mutazioni del nostro tempo?
Alessandro Baricco - C'erano tante situazioni in cui io vedevo registrare una specie di sdegno, una specie di rivolta, contro l'orrore che sembrava arrivare, una specie di percezione di qualche forma di barbarie che stava per invaderci o da cui eravamo già stati invasi e la cosa che mi colpiva è che sentivo questo tipo di discorso quando sentivo parlare di cucina, quando sentivo parlare di moda, quando sentivo parlare di calciatori, di scrittori, del teatro. E alle volte mi chiedevano anche cosa pensavo. Alcuni di questi ambiti sono limitrofi a quelli del mio mestiere, quindi mi chiedevano se volevo dire la mia, e, tutte le volte mi rendevo conto che non riuscivo a dire la mia, cioè che mi ci sarebbe voluto molto tempo per dire la mia, ma neanche capivo bene perché. E col tempo ho pensato di capire questo:
che non riuscivo a dire la mia velocemente perché, effettivamente, la spiegazione, l'unica che io riuscivo a dare a tutto questo, e che era poi anche una spiegazione della posizione in cui io stavo rispetto tutto questo, dipendeva da un'interpretazione del panorama più complessivo che era lunga da dire, lunga da spiegare. Che non c'è una risposta al problema se effettivamente la televisione ha fatto la rovina del calcio, ecco, non c'è una risposta vera, c'è una chiacchiera da bar, giusto quello che puoi dire in quel momento, ma mi è sempre sembrato, almeno ultimamente, non sempre, che ci fosse da capire un panorama in cui questo succedeva. E se capivi il paesaggio, in qualche modo, tutti questi gesti si andavano poi collocare nella loro casella e tu interpretavi una specie di grande spettacolo collettivo. Dopo di che, sceglievi da che parte stare, certo: potevi guardarlo più da vicino, più da lontano.
Erano tutte domande che venivano dallo stesso tipo di evento, e allora ho pensato che mi sarebbe molto piaciuto essere capace di raccontare quell'evento, non tanto di dare una risposta a ogni singolo problema: cioè se vero della letteratura oggi non è più quella di un tempo… se è vero che i ragazzini oggi non leggono più e allora…, parlo di cose che sono più vicine gli interessi dei nostri ascoltatori adesso, ma insomma…
M.S. - Poi andremo agli interessi dei nostri ascoltatori. Io dicevo, un'ipotesi, perché già nelle prime puntate, nelle prime pagine di questo libro, c'è un'ipotesi descritta, io la leggerò, in termini quasi astratti. Cosa è accaduto: complice una precisa innovazione tecnologica un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità immediata a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente.
Questo è accaduto nel mondo del vino, del calcio, di Google e dei libri, come vedremo tra poco.
Questa è l'ipotesi dal quale è partito e che ha orientato Baricco per tutto questo viaggio.
L'ipotesi contiene già proprio delle parole: tecnologia, spettacolarità, modernità, commercialità, che sembrano un po’ i contenuti comuni a tutti questi fenomeni, dal vino, a Google, al calcio, ai libri, alla televisione, al teatro, probabilmente.
A.B. - Sì, perché io penso che si debba fare questo tipo di sforzo: cioè capire che ci sono dei tratti comuni in fenomeni apparentemente anche diversi, e che tracciano un tipo di linea, di traiettoria, identica. E allora, alla fine, uno deve leggerli come i segni del tempo, cioè come le ferite, i segni, i tratti somatici, del suo tempo, se ritornano con questa costanza.
E poi deve prenderli come i tratti di un unico volto.
Una cosa che mi ha sempre irritato molto è che non si sia capaci di pensare a 360° in questo paesaggio. Che, se si percepisce qualcosa, è… il linguaggio diventato moderno… svilito… i giovani oggi non usano più i due punti… si scrivono solo gli sms… eccetera.
Di per sé questo, certo, ti sembra una perdita secca, forse lo è, ma il problema è che non riesci a collocare questa mossa all'interno della partita più complessiva, dove ci sono anche altre mosse che invece ti piacciono molto, che disegnano un tempo in cui tu sei contento di vivere.
Allora è inutile stare a lamentarci perché un pezzo del paesaggio in cui viviamo non ci piace, quando poi, invece, il paesaggio in sé, però, ci va benissimo.
M.S.. - O il contrario…
Infatti è un libro fatto di connessioni e di narrazioni. Mi sembra che le due cose che interessano Baricco in questo, ma non solo in questo libro, sia connettere cose anche apparentemente molto lontane e poi, naturalmente, trovare il modo di narrarle, cioè usare la narrazione come elemento anche di conoscenza. Qua ci sono molti racconti sparsi: come è stata accolta la nona di Beethoven, cosa abbastanza impressionante, dai primi critici o come Google ha scoperto l'algoritmo che permette di governare la rete.
Cioè l'elemento della narrazione è sempre molto presente.
A.B. - Sì, perché come in qualsiasi lavoro d'indagine, come quello del detective, beh insomma, quando cerchi di scoprire l’assassino, in realtà prima scopri un mondo, di storie, di vicende, anzi, forse il segreto di alcuni dei più grandi autori di gialli è la costruzione del mondo. Poi il nome dell'assassino è un meccanismo…
É identico quando indaghi il tuo tempo, quello che ci sta accadendo intorno. Passi attraverso storie molto curiose, molto interessanti; recuperi schegge di passato, che magari non ti avevano mai parlato, ma che invece, all'improvviso, diventano indizi, sintomi. Ecco, una cosa che a me piace è riuscire a dedurre una malattia, o non necessariamente una malattia, un fenomeno fisico, da una serie di sintomi. Che a uno fa male il dito …perché telefoni troppo con quel dito… però ci ho anche mal di gola … è dovuto al fatto, naturalmente, che fumi tanto… ma anche al schiena non è un gran che, ecco, dove porta? Questo porta a poco.
Bisognerebbe avere questo sguardo che vede i sintomi e li traduce in un unico fenomeno.
M.S. - Io parlavo dello sguardo che volte è rasoterra, molto rasoterra, poi improvvisamente diventa abissale. C'era un'intellettuale italiano che diceva che gli intellettuali italiani si dividono in passerotti e aquile. Qui c'è un'aspirazione un po' a fondere questi due punti di vista.
A.B. - Sì c’è l'aspirazione, proprio quella che dici tu, c'è una specie di capacità al volo radente del rondone.
M.S. - Il passerotto è poco nobile?
A.B - No, no… e poi…
Certamente sì, certamente sì questa ambizione c'è, ma dovremmo averla tutti, veramente. Se vuoi, ad esempio, è la lezione di Pasolini. Pasolini, io ho avuto pochissimi intrecci con cui, non è nemmeno un autore che amo particolarmente, però, insomma, le prime volte in cui vedi come lui leggeva la realtà, da che altezza la leggeva, come riusciva convertire tanti sintomi in un'unica malattia, lì, puoi essere d'accordo o meno, puoi pensare che la sua analisi fosse anche parziale, il suo sguardo magari un po' presbite, ma il posto in cui lui era è un posto a cui tu non puoi rinunciare. E capisci che bisognerebbe stare lì.
M.S. - E infatti, questo racconto lunghissimo si conclude con un luogo dove forse, secondo Baricco, bisognerebbe stare. Ma prima facciamo due esempi di come questi meccanismi, a patto che si possono riassumere con quelle parole: tecnologia, spettacolo, modernità imperialismo culturale, commercialità insomma, che stavano nell'ipotesi, si traducono.
Prendiamo una cosa molto vicina e molto lontana a Fahrenheit. Quella molto vicina, i libri, quella molto lontana, il calcio. I libri: il ragionamento di Baricco contiene anche sempre l'obiezione. Per esempio, parte da un ragionamento sui libri che, in qualche modo, descriverà un decadimento di un mercato. Però parte dal fatto di sottolineare un curioso paradosso dei ragionamenti correnti che dicono: “nessuno legge più libri e gli editori badano solo al profitto”. Allora, effettivamente è un ragionamento paradossale, perché se nessuno legge più libri, perché gli editori dovrebbero badare al profitto? Se gli editori badano al profitto avrebbero interesse che molte persone leggessero libri. Però poi la cosa più importante che dice, notando i libri, è che i libri arrivano da fuori, che i libri che stanno in classifica vengono da un altro mondo, che forse non è quello della scrittura; che avrebbero bisogno, lei dice, di altri codici e questa assomiglierebbe a una reazione, a un'osservazione reazionaria su quello che è accaduto nel mondo dell'editoria.
A.B. - Sì, è un argomento complesso, e in questa trasmissione è un argomento per cui sicuramente abbiamo tutti una grande passione. A me colpisce, ma lo dico con affetto, mi colpisce la facilità con cui, perfino gente che legge libri, quindi sicuramente gente avvertita e incline alla riflessione, può ad esempio andare a dormire e svegliarsi al mattino con due luoghi comuni come quelli simultaneamente: cioè che “la gente non legge più”, che questa una cosa che dicono tutti, ma anche, “ormai l'editoria pensa solo profitto”. Bisogna poi riuscire, anche lì sintomi, a dedurne una malattia vera.
M.S. - Schizofrenia, si chiama…
A.B. - Ma i numeri sono numeri, eppure, lì, diciamo una cosa che è vera e che io ho cercato di spiegare, ma che non capisco nemmeno io fino in fondo. Perché poi, spesso, uno incomincia, attacca una montagna, ma poi saranno magari altri a scalarla. Veramente, però, lì c'è qualcosa da capire, sicuramente. E una delle cose che a me è successo di notare e di capire, è che effettivamente, diciamo, quella che era la civiltà del libro, ancora quando io ero piccolino, era una civiltà sostanzialmente a parte, non dico impermeabile, ma con il suo confine chiuso. Entrare in quella civiltà significava proprio entrare in un'altra stanza, con un suo galateo, e una parte della sua bellezza era proprio esser un'altra stanza, con la sua civiltà tutta particolare.
Ecco, il fatto che oggi si vendano moltissimi libri, ma che noi abbiamo la percezione che invece la gente non legge più, forse, significa semplicemente che la gente non legge più libri nel modo in cui si leggevano una volta. In realtà, legge moltissimi libri, ma ha un uso differente. Allora te lo chiedi: ma allora cosa ne fanno di preciso? Mio nonno se ne faceva quella cosa là, ma adesso, cosa se ne fanno? Fammi capire cosa se ne fanno.
Uno degli indizi più chiari che noi abbiamo è che la gente ama molto consumare i libri, quando i libri sono un segmento di una linea più completa, che parte da altrove e va a finire altrove. Cioè, molto semplicemente, il fatto di comprare un libro, perché si è visto il film… e allora uno dice fammi vedere il libro… oppure perché è stato scritto da un personaggio che hai visto in televisione… oppure perché si è ucciso …bon. Allora prolunghi una specie di segmento che ti viene dalla realtà, e che chi ha colpito, ti ha affascinato, e lo prolunghi nel libro. E il libro, a sua volta, genererà altri prolungamenti, e tu devi immaginare che questa sequenza è l'unità di misura. È l'esperienza. È quello che tu fai.
M.S. - Accettare che questo invada la cittadella del mondo del libro…
A.B. - Sì, i libri hanno accettato questo. Lo hanno accettato gli editori per primi, perché è un modo di popolare un mercato che è presente, da cui sarebbe stupido astenersi. Ma lo hanno, quasi subito, anche seguito gli scrittori. Quando io dico che i libri che oggi, in realtà, si leggono di più, sono i libri che sono scritti in una lingua che non è esclusivamente letteraria, ma che può essere imparata, almeno parzialmente, anche altrove; quando dico che i libri che oggi veramente vengono letti davvero molto, non necessariamente sono i più belli, ma sono quelli le cui istruzioni per l'uso sono trovabili anche al di fuori della civiltà letteraria, se tu vedi solo film, senti solo musica, vai in giro, giochi al game boy, guardi tanta televisione, poi ti mettono un libro in mano e tu, quel libro lì, riesci a leggerlo; quelli sono i libri che oggi vendono molto. E alcuni di questi libri sono bellissimi, alcuni no, naturalmente, ma alcuni sì.
Io facevo l'esempio de Il Nome della rosa, come forse il primo libro in Italia che ha iniziato questa comunicazione.
M.S. - In questa definizione non c'è un'osservazione critica negativa?
A.B. - No, no. Per me no, per altri, forse sì, ma per me no. Se devo storicamente pensare al primo libro che, anche a me, ha spiegato che effettivamente si potevano fare libri belli, che ereditavano anche quasi tutto il meglio della tradizione letteraria, ma le cui istruzioni per l'uso erano interamente ritrovabili fuori dalla civiltà del libro, penso al Il Nome della rosa. Ma non per dire che allora lì è iniziato il degrado, ma lì è iniziata una mutazione, è iniziata un'altra cosa, e quello che accade oggi, anche nei libri va giudicato, forse, sullo sfondo di quella mutazione, non in assoluto.
M.S. - Un esempio interessante è l'analisi di Google, lei dice. Bisognerebbe spiegare come funziona Google, come Google in qualche modo eroga quelle classifiche, perché di fatto di quello si tratta, e nel momento stesso in cui ci propone un indifferenziato accesso al mondo, in realtà lo gerarchizza moltissimo, perché tutti ci fermiamo alla prima o alla seconda delle due pagine della nostra ricerca.
A.B. - Nessuno va oltre le prime tre tranne i ricercatori dice Google stesso.
M.S. - O quelli che cercano le cose sul proprio nome. Quelli arrivano fino all'ultimo dei documenti.
Lei dice, lì, siccome è costruito in un modo, Google, in cui sostanzialmente, più c'è traffico su una pagina, più quella pagina sale, è difficile descriverlo, che non sia per il fatto per quella pagina sia cercata, ma che sia linkata, è una sfumatura importante, che restituisce pure una paradossale nobiltà al sistema, perché è quello per cui si valuta la pregnanza delle cose scientifiche.
A.B. - Il numero delle citazioni che si hanno in una ricerca scientifica …
M.S. - È un segno accademicamente ritenuto significativo per la qualità di un lavoro. Lei dice: ciò che è interessante è ciò che procura molto traffico, quindi c’è una specie di orizzontalità come tratto decisivo, che non garantisce in nessun modo la qualità, la profondità, l'interesse reale, l'elemento innovativo, per esempio…
A.B. - No, genera però, con grande esattezza, la cosa più importante in quel mondo lì. Non in un mondo immaginario, che è quello che noi vorremmo che fosse. Quando Google ti segnala un sito come il primo, number one, lui ti sta dicendo qual è il sito migliore, in questo mondo, nel mondo di questi miliardi di persone che consultano Google, noi qui, tutti quanti. Non ti dice, in assoluto, metafisicamente parlando, qual è lo scritto o lo spazio più significativo su quella voce; ti dice, in quel mondo lì, che è il mondo della gente che naviga in Google, qual è il posto migliore dove cercare quello che stai cercando. Può anche poi sbagliarsi, per carità, però c’è un criterio dietro. C’è una logica. Ed è un sistema che è nato 10 anni fa, quindi completamente figlio della mutazione, da gente che è completamente…Page e Brin, sono veramente il frutto della prima generazione della mutazione integrale proprio. Quindi sono i cervelli, proprio quelli diversi, e quando gli han detto: confezionatevi su misura qualcosa che sognate, hanno fatto questo.
Allora, uno, se studia come è fatto quello, magari qualcosa capisce del mondo, quello che è veramente, non quello che non ci sogniamo che ci piacerebbe che fosse, ma quello che è veramente: un mondo in cui ci sono intelligenze immense che girano, patrimoni, anche di cultura, di ricordo, di memoria, di innovazione, immensi. Non un mondicino del cavolo di degradazione, ma il mondo a cui allude Google è “il Mondo”. C’è poco da fare, ecco.
E allora funziona in questo modo: è da lì che tu cominci a pensare che non è una faccenda che i tempi cambiano… le cose passano… è sempre meglio quello che è accaduto prima… non è quello. Ogni tanto si hanno delle accelerazioni nella storia. Ci sono delle vere proprie mutazioni. Quando tu incominci a studiare le cose nate negli ultimi 10 anni, ecco, la percezione che hai non è che sia stato un piccolo sviluppo: che non leggiamo più esattamente gli stessi libri che leggevamo 10 anni fa.
No. È che questi qui hanno rovesciato il tavolo! Ma la cosa affascinante è che non è che loro hanno rovesciato il tavolo e noi siamo qui a lamentarci: loro hanno rovesciato il tavolo che sta dentro le nostre teste, dentro i nostri cuori. A noi piace che abbiano rovesciato il tavolo. In misura variabile, noi tutti abbiamo rovesciato il nostro tavolo interno. Siamo molto cambiati. Partecipiamo a una mutazione che è collettiva.
M.S. - Ma siccome, poi, Baricco ha anche l'ardire di proporre, non proprio una soluzione, forse un modello di reazione, anche se la parola non è esatta, cominciamo ad avvicinarci a questo: a partire da una cosa tradizionalmente lontana, non tutti giorni per la verità, dal pubblico di Fahrenheit, cioè il mondo del calcio. Perché lei fa un’analisi molto accurata di quello che è successo, con la televisione, la spettacolarizzazione, la commercializzazione, e però, qui cominciamo anche vedere, forse, dove i barbari sbagliano, o dove lasciano dei varchi. Il paradosso è che, in quel mondo lì, tutta la ricerca di spettacolarità sembra aver prodotto, salvo casi particolari anche piuttosto recenti, la fine dello spettacolo calcistico.
A.B. - Sembra. C'è quest'idea. C'è quest'idea che si giocava un calcio più affascinante prima che arrivasse l’invasione televisiva, prima che arrivassero così tanti soldi…
M.S. - …e sottovoce possiamo dire che la letteratura era più bella prima che arrivasse la […] , che i vini erano più saporiti prima che gli americani li commercializzassero e via via…
A.B. - Esatto. Abbiamo anche questa cosa molto facile, che usiamo come schema interpretativo: cioè là, dove sono arrivati i soldi e il commercio ha avuto un grande incremento, allora la qualità è andata farsi benedire. Questo, noi usiamo. Usiamo questo sistema, per interpretare moltissime cose, ed è uno dei peccati capitali, secondo me, dell’intellighentia di questi tempi.
Nel calcio si ha questa roba, bonariamente però: …ah i tempi di una volta …si fa, ad esempio, una grande poesia intorno i numeri 10…
Adesso mi spiace affrontare argomenti così tecnici, perché forse non tutti i nostri ascoltatori possono seguirli, ma abbiate pazienza, ché in fondo il numero 10 era ed è il più talentuoso…
M.S. - Come dire che non c'è più Elsa Morante non è tanto diverso…
A.B. - Sì. Non c'è più Gadda, forse ancora di più
M.S. - Eh… ognuno si sceglie il suo numero 10…
A.B. - No. Perché c’è anche la componente proprio acrobatica, estrosa, di invenzione…
M.S. - Beh, insomma… vabbè
A.B. - Ecco, non c'è più il genio, ecco. Anzi, c'è ma lo tengono in panchina. Che questa è un'altra cosa che molti, del mondo dei libri, raccontano. Cioè che siamo pieni di geni della letteratura, ma purtroppo vendono cinquecento copie. Lo teniamo in panchina, ma perché? Perché mai un sistema dovrebbe essere così deficiente da mettere Elsa Morante in panchina? Lì uno se lo deve chiedere. Perché la risposta non può essere solo: è perché la televisione… tanti soldi. Anzi, proprio perché la televisione vive sulla spettacolarità, dovrebbe mettere tutti gli Elsa Morante che ha, in campo. Perché li mette in panchina?
Allora una cosa che si può capire è che non è tanto cambiata l'attesa di spettacolarità e quindi di genio, ma è venuta fuori un'idea diversa di che cosa potesse essere la spettacolarità in campo.
Allora io lì, nel libro, ho raccontato cos'era il calcio quando io ho iniziato a farlo: un calcio in cui c'era il genio, c’era Elsa Morante…e gli altri scomparivano…
M.S. - Dica pure Gadda. Non deve essere così condiscendente verso la mia idea di genialità.
A.B. - C'era Gadda e gli altri portavano acqua. Poi era un gioco inchiodato, inchiodatissimo. Perché potesse giocare Gadda, c'era bisogno di una società letteraria di quel tipo lì. Doveva esserci un campo popolato in quel modo lì. L'allenatore in panchina doveva essere un certo tipo di allenatore. Ecco: tutto questo era per salvaguardare la presenza di Gadda in campo.
A un certo punto qualcuno ha detto: ma senti, ‘sto Gadda, mettiamolo in panchina e cambiamo il gioco; io voglio divertirmi anche a vedere giocare un terzino sinistro, un terzino destro. Voglio vedere un terzino sinistro che attacca. Voglio vedere degli schemi difensivi che non siano semplicemente martellare l’unico uomo a cui ti appiccichi dall’inizio …
E hanno trasformato il gioco. Oggi, il gioco è più bello di quando io ero piccolo. Vedi giocare una squadra, non so, faccio un esempio, la Lazio ieri, vedi giocare una squadra così e non era, vent'anni fa, la stessa cosa.
M.S. - Adesso ci avviciniamo alla soluzione. Dicevo, tutto questo cammino, che è un cammino anche fisico, forse questo lo ricorderanno alcuni ascoltatori che, anche sul nostro sito, vedevo che seguivano le pagine, quando uscivano sul quotidiano La Repubblica, finisce sulla Grande muraglia. Fisicamente, credo, a meno che non sia un'invenzione narrativa. Più o meno fisicamente, ma questo conta poco. Baricco scrive l'ultima pagina sulla Grande muraglia e riflette su come resistere o interagire con i barbari. I barbari che assediavano la Grande muraglia, o almeno contro i quali la Grande muraglia venne costruita, senza risultati, credo, di grande efficacia, barbari con i quali si commerciava prima che la Grande muraglia venisse e con i quali si è continuato a commerciare anche dopo, perché la Grande muraglia non serve a nulla…
Lì, riflette su cosa fare di fronte all'invasione dei barbari. C'è una frase, che è riportata sulla quarta di copertina: perché ciò che ci salverà non sarà mai quello che abbiamo tenuto al riparo dei tempi ma che abbiamo lasciato mutare perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo, frase bellissima, però dovremmo provare a capire cosa fare, cosa scrivere per non tenere al riparo, non custodire al riparo dei tempi, impresa peraltro impossibile inefficace, impossibile soprattutto oggi, qualcosa, ma perché, mutato, viva ancora.
A.B. - Prendiamo una cosa che ci è vicina, perché noi amiamo i libri.
Perché molti amano i libri?
Alla fine è un misto di passione per un gesto che è narrare, ascoltare narrazioni, ed è la condivisione di un’idea, mai dimostrata: e cioè che, attraverso queste narrazioni, anche narrazioni fragilissime, attraverso lo scrivere, attraverso il linguaggio scritto, effettivamente, noi portiamo via un pezzo di mondo. E alle volte è un pezzo di mondo che sta vicino al cuore; proprio lo portiamo via. Lo strappi via e lo puoi dare un altro, lo puoi portare a tuo figlio, lo salviamo.
Però, questo è il cuore dell'esistere dei libri e del gesto dello scrivere. Questo continua ad essere il cuore. Questo va salvato. Non un certo modo di scrivere, una certa idea di bel libro, una certa pratica della lettura, i tempi, i modi. Non un certo tipo di libreria, non un certo tipo di editore. Tutto questo è il contesto, lo scenario dove questo accade.
Ma la cosa che ci sta veramente a cuore è portare via quelle due motivazioni che sono le radici della nostra passione per questo mondo.
Allora tu puoi metterti intorno a queste radici, con l'alabarda, e impedire che chiunque si avvicini e, come dici tu, tanto è infattibile, quello lì sfugge e te la porta via.
Altra cosa che puoi fare è di stare a ridosso di queste ragioni, non perderle mai di vista. Dopo di che accettare il tempo che è il tuo, anzi, contribuire a costruirlo il tempo che è tuo, salvando queste ragioni forti, profonde.
Questo, al di là della bella frase, è una cosa di ogni giorno, molto pratica. Proprio significa tenere le mani su quello che conta. È non lasciarsi distrarre da quello che invece è mutazione, è cosa che cambia, è crosta, è confezione, non è importante.
Pensa tu, cosa sarebbe essere capaci, noi, tutti quanti, di portare quelle radici profonde, quelle ragioni vere, a poter vivere, a riuscire a vivere in un mondo, ad esempio come il nostro, in cui il mercato è così è esteso, aggressivo, premiante, ingombrante…
Pensa te, essere un grande scrittore vendendo davvero milioni di copie e non 300.000, come andava proprio da dio negli anni ’50, quando c'erano tutti questi grandi, ma non succedeva in realtà poi. Pensa riuscire a portare lì dentro le ragioni vere della nostra passione.
Pensa a portare in una Feltrinelli di quattro piani, riportare, lì dentro, la testimonianza più alta, più sincera, più intima, di quella passione vera.
Quello significa portare al di qua, e aspettare che si ritrovi, e di ritrovare le proprie ragioni, perché così è successo sempre.
M.S. - Io credo che questo accada nelle Feltrinelli di tutta Italia, ma non solo nelle Feltrinelli di tutta Italia. Nelle Feltrinelli di tutta Italia è esposto il libro di Pascale che è il nostro libro del mese, devo fare la pubblicità, che è il nostro modo, il modo degli ascoltatori perché lo scelgono loro il libro Si è fatta l’ora di Antonio Pascale, forse è il modo di agire nei confronti dei barbari. Non so se l'intenzione di Baricco era esattamente questa, a noi serviva adesso che fosse questa.
A.B. - Beh, poi ognuno sceglie il suo gesto…
M.S. - No, beh, così sì: portare un libro che ci sembra faccia parte… lo scelgono gli ascoltatori, è un po’ un gesto di questo tipo…
A.B. - È molto meglio che dire: questo libro, eccolo, lo metteremo in tutte le piccole librerie, con tutto il rispetto per le piccole librerie, però “solo” nelle piccole librerie…
M.S. - Lo fanno già i librai lì, per esempio. Questo forse è importante: i librai delle piccole librerie si curano dei loro libri. Nelle grandi… questo potrebbe essere…
A.B. - I librai delle piccole librerie, solo noi e il nostro fronte siamo ok, poi c'è l'immenso deserto… Vogliamo andare lì, o non vogliamo andare lì?
Io trovo che è molto affascinante. E un compito che ci spetta e lo trovo francamente… sono fortunato, io penso, d'essere vissuto adesso non negli anni ’50. Cioè, è un'avventura fantastica: quelli che scrivono, quelli che leggono, quelli che recensiscono, quelli che li vendono. È un'avventura collettiva.
Ma pensa te, passare da tutto questo, passare da Google, passare dalle mega Feltrinelli, passare dai libri in televisione, pazzesco! E trovarsi al di là, con dei bei libri in mano, con dei bravi scrittori, con dei librai intelligenti, con della gente che ascolta la radio per sapere di più dei libri.
Questa è la scommessa.
M.S. - Ci fermiamo qui, alla radio. Grazie, Alessandro Baricco.
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I nuovi barbari da Wired.it del 26-27 agosto 2010
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BARICCO E UN’ORDA DI 14 VISIONARI SCELTI DA WIRED SBARCANO ALLA BIENNALE DI VENEZIA PER DIRCI PERCHÉ NON DOBBIAMO AVERE PAURA DEL FUTURO
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I nostri barbari
Di Riccardo Luna 27 agosto 2010
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«Perché non dobbiamo avere paura?»
Luca Molinari era seduto davanti a me, nella redazione di Wired.
Lo avevo appena conosciuto, si era presentato dicendomi che avrebbe curato il prossimo Padiglione Italia della Biennale di Architettura di Venezia. Aggiunse che voleva raccontare un'altra Italia, un'Italia che non ha paura del futuro, perché un futuro migliore tenta di costruirlo ogni giorno. E mi disse che avrebbe voluto farlo con noi. Con Wired. Ricordo che quella sua frase, "perché non dobbiamo avere paura?", mi entrò dentro lasciandomi incerto per qualche istante. Non è che lo voleva davvero sapere da me, in quel preciso istante, perché non dobbiamo avere paura del futuro e per questo stava lì davanti in attesa di una risposta? O piuttosto stava lì perché la risposta a questa domanda, Wired tenta di darla ogni mese attraverso le storie che raccontiamo? Scelsi la seconda ipotesi. E accettai.
Ci sono storie che non finiscono mai. Fanno dei giri immensi a poi ritornano. Quella dei Barbari, per esempio. I nuovi Barbari. I figli di Internet. Nel 2006 su Repubblica, Alessandro Baricco cominciò a raccontarli in un mirabolante viaggio a puntate. Era un viaggio senza una mappa prestabilita, che cercava un suo senso pagina dopo pagina e che per arrivare al punto parlava di vini, e di calcio, e di geni musicali. E infine di quelli che «respirano il mondo con le branchie di Google». Ecco, questa frase mi restò impressa più di tutto il resto: "respirare il mondo con le branchie di Google", una cosa che a molti doveva apparire davvero barbarica. Allora non la capii benissimo.
Quel viaggio divenne un libro: tre anni dopo lo presi in un aeroporto e lo rilessi d'un fiato. Stavolta mi sembrò profetico, o visionario. Come se Baricco avesse visto prima, con chiarezza, che un nuovo mondo stava per spazzare via il vecchio, il passato che non vuol passare. Via, sparito. Lentamente magari, ma inesorabilmente, bastava guardarsi attorno per scorgere la rivoluzione. Era tutto chiaro, tutto tranne il finale: il libro finisce con i Barbari alle porte della Grande Muraglia, c'è sempre una Grande Muraglia nella storia dell'uomo, ma che succede quando a un certo punto finalmente entrano? Perché, questo era scontato, alla fine i Barbari vincono ed entrano, lo hanno sempre fatto le nuove culture.
E dunque la Biennale. La sfida di raccontare un'altra Italia. Luca Molinari un po' di paura del presente deve averla, pensai, se ha deciso di spostare il nostro futuro così in là, nel 2050, in un territorio dove le previsioni si confondono con la fantascienza. Sono visioni. A chi affidarle? Abbiamo fatto una scelta netta: a quelli che hanno attorno a 40 anni. Intanto perché hanno l'età di Internet e la cultura della Rete se la portano dentro. E poi perché il futuro non si limitano a immaginarlo, ma lo costruiscono: oggi. Abbiamo così individuato quattordici italiani eccezionali eppure normalissimi. Molti magari li scoprirete qui per la prima volta: non ve ne pentirete.
Idealmente li ho messi in fila e mi sono detto: ecco, sono loro. I Barbari.
«Alessandro mi dici come finisce la storia?». «Quale storia?». «Quella dei Barbari, il tuo libro, sì insomma che fanno questi Barbari quando finalmente prendono la città?». O l'Italia. Bella domanda. Vuol dire immaginare un mondo guidato dalla cultura della Rete, ma non dominato dai computer, anzi. Vuol dire un mondo dove prevalgono la condivisione della conoscenza, la collaborazione, la comunicazione, la partecipazione. Questa è la cultura della Rete. I valori dei Barbari. Bella risposta.
Per un attimo l'ho immaginato questo mondo, e mi sono detto: «Ecco perché non dobbiamo avere paura».
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I nostri barbari su Wired.it
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Lunga vita agli hacker
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I nuovi barbari
Di Alessandro Baricco 26 agosto 2010
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Alessandro Baricco, 52 anni. Nel 2006 raccontò I barbari, per Wired ha scritto un "sequel" di quel saggio.
Ci crediate o no, questo articolo l'ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi son portato un po' avanti col lavoro. Prendetela così.
Ecco l'articolo.
Alle volte si scrivono libri che sono come duelli: finita la sparatoria guardi chi è rimasto in piedi, e se non sei tu, hai perso. Quando ho scritto I barbari, venti anni fa, poi mi son guardato attorno ed erano ancora tutti lì, belli in piedi. Aveva tutta l'aria di una disfatta, ma la cosa non mi quadrava. Allora mi son seduto e ho aspettato. Il gioco è stato vederli cadere uno ad uno, tardivi ma stecchiti. Ci vuole solo pazienza. Alle volte agonizzano molto elegantemente. Alcuni franano a terra tutto d'un colpo. Non la prenderei come una vittoria, probabile che cadano per consunzione loro, non per i miei proiettili: ma certo non avevo mirato male, mi viene da dire, a parziale consolazione.
L'ultimo che ho visto crollare, dopo aver vacillato a lungo con grande lentezza e dignità, mi ha emozionato, perché lo conoscevo bene. Credo di avere in passato anche lavorato per lui (con pistole caricate a parole, come sempre). Più che uno, è una: la profondità. Il concetto di profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. Forse qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei Barbari. Li alimentava l'ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta, al riparo dalle più facili evidenze, conservato nel freezer di una oscurità remota, accessibile solo alla pazienza, alla fatica, all'indagine ostinata. Le cose erano alberi - se ne sondavano le radici. Si risaliva nel tempo, si scavava nei significati, si lasciavano sedimentare gli indizi. Perfino nei sentimenti si aspirava a quelli profondi, e la bellezza stessa la si voleva profonda, come i libri, i gesti, i traumi, i ricordi, e alle volte gli sguardi. Era un viaggio, e la sua meta si chiamava profondità. La ricompensa era il senso, che si chiamava anche senso ultimo, e ci concedeva la rotondità di una frase a cui, anni fa, credo di aver sacrificato una marea di tempo e luce: il senso ultimo e profondo delle cose.
Non so quando, esattamente, ma a un certo punto questo modo di vedere le cose ha iniziato a sembrarci inadatto. Non falso: inadatto. Il fatto è che il senso consegnatoci dalla profondità si rivelava troppo spesso inutile, e talvolta perfino dannoso. Così, come in una sorta di timido preludio, ci è accaduto di mettere in dubbio che esistesse poi davvero un "senso ultimo e profondo delle cose". Provvisoriamente ci si orientò per definizioni più soft che sembravano rispecchiare meglio la realtà dei fatti. Che il senso fosse un divenire mai fissabile in una definizione ci sembrò, ad esempio, un buon compromesso. Ma oggi credo si possa dire che semplicemente non osavamo abbastanza, e che l'errore non era tanto credere in un senso ultimo quanto il relegarlo in profondità. Quel che cercavamo esisteva, ma non era dove pensavamo.
Non era lì per una ragione sconcertante che la mutazione avvenuta negli ultimi trent'anni ci ha buttato in faccia, emanando uno dei suoi verdetti più affascinanti e dolorosi: la profondità non esiste, è un'illusione ottica. È l'infantile traduzione in termini spaziali e morali di un desiderio legittimo: collocare ciò che abbiamo di più prezioso (il senso) in un luogo stabile, al riparo dalle contingenze, accessibile solo a sguardi selezionati, attingibile solo attraverso un cammino selettivo. Così si nascondono i tesori. Ma nel nasconderlo avevamo creato un Eldorado dello spirito, la profondità, che in realtà non sembra mai essere esistito, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati. Piuttosto scioccante, non c'è santo.
Infatti uno dei traumi cui la mutazione ci ha sottoposto è proprio il trovarsi a vivere in un mondo privo di una dimensione a cui eravamo abituati, quella della profondità. Ricordo che in un primo momento le menti più avvedute avevano interpretato questa curiosa condizione come un sintomo di decadenza: registravano, non a torto, la sparizione improvvisa di una buona metà del mondo che conoscevano: oltretutto, quella che veramente contava, che conteneva il tesoro. Da qui l'istintiva inclinazione a interpretare gli eventi in termini apocalittici: l'invasione di un'orda barbarica che non disponendo del concetto di profondità stava ridisponendo il mondo nell'unica residua dimensione di cui era capace, la superficialità. Con conseguente dispersione disastrosa di senso, di bellezza, di significati - di vita. Non era un modo idiota di leggere le cose, ma ora sappiamo con una certa esattezza che era un modo miope: scambiava l'abolizione della profondità con l'abolizione del senso. Ma in realtà quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose. Non spariva, si spostava. La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d'artigianato spirituale che passerà alla storia.
Sulla carta, i rischi erano enormi, ma va ricordato che la superficie è il luogo della stupidità solo per chi crede nella profondità come luogo del senso. Dopo che i barbari (cioè noi) hanno smascherato questa credenza, collegare automaticamente superficie e insignificanza è diventato un riflesso meccanico che tradisce un certo rincoglionimento. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un'élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. Non suona poi tanto male. Soprattutto sembra più adatto alle nostre abilità e ai nostri desideri. Per gente incapace di stare ferma e di concentrarsi, ma in compenso velocissima nello spostarsi e nel collegare frammenti, il campo aperto della superficie sembra la sede ideale dove giocarsi la partita della vita: perché mai dovremmo giocarcela, e perderla, in quei cunicoli nel sottosuolo che si ostinavano a insegnarci a scuola?
Così non sembriamo aver rinunciato a un senso, nobile e alto, delle cose: ma abbiamo iniziato a inseguirlo con una tecnica diversa, cioè muovendoci sulla superficie del mondo con una velocità e un talento che gli umani non hanno mai conosciuto. Ci siamo orientati a formare figure di senso mettendo in costellazione punti del reale attraverso cui passiamo con inedita agilità e leggerezza. L'immagine del mondo che i media restituiscono, la geografia di ideali che la politica ci propone, l'idea di sapere che il mondo digitale ci mette a disposizione non hanno ombra di profondità: sono collezioni di evidenze sottili, perfino fragili, che organizziamo in figure di una certa potenza. Le usiamo per capire il mondo. Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell'approfondimento: l'incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. Nei libri, nella musica, in ciò che chiamiamo bello guardandolo o ascoltandolo, riconosciamo sempre più spesso l'abilità a pronunciare l'emozione del mondo semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce: è l'estetica che ci piace coltivare, quella per cui qualsiasi confine tra arte alta e arte bassa va scomparendo, non essendoci più un basso e un alto, ma solo luce e oscurità, sguardi e cecità. Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella se con tanta urgenza e passione ci preoccupiamo, come mai nessuno prima di noi nella storia del genere umano, di salvare il pianeta, di coltivare la pace, di preservare i monumenti, di conservare la memoria, di allungare la vita, di tutelare i più deboli e di difendere il lardo di Colonnata. In tempi che ci piace immaginare civili, bruciavano le biblioteche o le streghe, usavano il Partenone come deposito di esplosivi, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, e spazzavano via popoli interi per farsi un po' di spazio. Erano spesso persone che adoravano la profondità.
La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. Meglio: in essa siamo capaci di tracciare un senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità: oltre ogni misura ragionevole patiamo le ideologie, gli integralismi, ogni arte troppo alta e seria, qualsiasi sfacciata pronuncia di assoluto. Probabilmente abbiamo anche torto, ma sono cose che ricordiamo saldate in profondità a ragioni e sacerdozi indiscutibili che ora sappiamo fondati sul nulla, e ne siamo ancora offesi - forse spaventati. Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia. La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri.
Vent'anni fa avrei avuto paura a scrivere frasi del genere. Mi era chiaro perfettamente che stavamo giocando col fuoco. Sapevo che i rischi erano enormi e che in una simile mutazione ci giocavamo un patrimonio immenso. Scrivevo I barbari, ma intanto sapevo che lo smascheramento della profondità poteva generare il dominio dell'insignificante. E sapevo che la reinvenzione della superficialità generava spesso l'effetto indesiderato di sdoganare, per un equivoco, la pura stupidità, o la ridicola simulazione di un pensiero profondo. Ma alla fine, quel che è accaduto è stato soltanto il frutto delle nostre scelte, del talento e della velocità delle nostre intelligenze. La mutazione ha generato comportamenti, cristallizzato parole d'ordine, ridistribuito i privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso che a suo modo il mito della profondità tramandava. Sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e gestire la mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa, né sono capaci di immaginarla, né sono interessati a tramandarla. Da essi stiamo ricevendo un mondo brillante senza futuro. Ma come sempre è successo, ostinata e talentuosa è stata anche la cultura della promessa, e capace di estorcere al disinteresse dei più la deviazione della speranza, della fiducia, dell'ambizione. Non credo sia stolto ottimismo registrare il fatto che oggi, nel 2026, una cultura del genere esiste, sembra più che solida, e spesso presidia le cabine di comando della mutazione. Da questi barbari stiamo ricevendo un'impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all'altezza dei nostri cuori, per così dire. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettive e sovrapersonali, e per questo mi ricordano la moltitudine senza nomi dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. È un lavoro delicato, e destinato a collezionare errori. Ma è l'unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche un futuro.
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I nuovi barbari su Wired.it
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2026, La vitttoria dei barbari su Repubblica.it
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Il dibattito su Repubblica tra Scalfari e Baricco
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I barbari non ci leveranno la nostra profondità
Repubblica — 02 settembre 2010 pagina 141 sezione: PRIMA PAGINA
MI HA molto intrigato l' articolo di Alessandro Baricco pubblicato da Repubblica il 26 agosto con il titolo "2026 - La vittoria dei barbari". Mi ha intrigato fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, quest' articolo l' ho scritto nel luglio 2026, cioè tra sedici anni. Diciamo che mi sono portato un po' avanti col lavoro. Prendetela così». Baricco è un maestro di scrittura, ne conosce i trucchi e i modi per attirare il lettore e incatenarlo al testo e così ha fatto anche stavolta. Con me c' è riuscito. Quattro anni fa scrisse una serie di articoli sul nostro giornale e ne trasse poi un libro che ebbe molto successo intitolandolo I barbari. Da allora questo tema è stato al centro del dibattito sull' epoca che stiamo vivendo e sulle caratteristiche che la distinguono. Ne ho parlato anch' io nel mio ultimo libro Per l' alto mare aperto dove ho sostenuto la tesi che la modernità ha concluso il suo percorso culturale durato mezzo millennio ed ha aperto la strada ai nuovi barbari. Sarà compito loro porre le premesse dell' epoca nuova, del nuovo linguaggio artistico che le darà la sua impronta, dei nuovi significati che motiveranno le sue istituzioni. I barbari in questa accezione non rappresentano necessariamente una fase oscura ma un' epoca diversa da quella che noi moderni abbiamo costruito e vissuto. Fin qui Baricco ed io ci siamo mossi più o meno sullo stesso binario. Ma lui, nell' articolo che ho citato, va oltre. Sostiene che i moderni inventarono la profondità della conoscenza e vi collocarono il senso, mentre i barbari - tra i quali si colloca ed è per questo che data il suo articolo nel luglio del 2026 - hanno smantellato il concetto di profondità e l'hanno sostituito con quello di superficialità e lì hanno collocato il senso. Baricco non giudica affatto come negativa questa operazione culturale, anzi ne enumera tutte le positività e per quanto lo riguarda si pone tra quelli che l' hanno condotta a compimento. Il passaggio dalla cultura della profondità a quella della superficialità lo descrive così: «Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e non tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo letture in rete senza più leggere libri e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che appare sensata e bella. La superficie è tutto e in essa è scritto il senso». Sembra di leggere una delle lezioni americane di Italo Calvino, un messaggio al futuro millennio, le idee-guida che lo ispireranno. Calvino parlava di leggerezza, rapidità, esattezza, consistenza; Baricco parla di profondità e superficialità. Forse Calvino coltivò illusioni; lui era immerso nella modernità, i suoi referenti erano ancora Voltaire e Diderot pur avendo egli portato molto più avanti la sua ricerca letteraria. Baricco invece compie un' operazione concettuale in apparenza assai più radicale: mette la superficialità al posto della profondità come il nuovo canone di conoscenza e disloca il senso della vita collocandolo in superficie. Esalta la bellezza del nomadismo: «Andare senza radici e senza peso». Avrebbe potuto aggiungere: senza responsabilità. E' questa la nuova epoca che i barbari stanno costruendo? Sarà già realtà nel 2026? Anzi è già realtà oggi, al punto che Baricco è in grado di descriverla? Mi trovo in una curiosa condizione: in molte cose (l' ho già detto) concordo con Baricco ma nella sostanza no, non sono d' accordo con lui. Forse dipende dal fatto che ho quasi il doppio della sua età anche se sono curioso almeno quanto lui di conoscere il futuro e di reinterpretare il passato. Tanto per cominciare, Baricco non è affatto un barbaro. Presume di esserlo ma non lo è e questo cambia molto il significato di ciò che dice. I barbari, nella nostra comune definizione, sono coloro che parlano un linguaggio diverso dal nostro. Aggiungo: rifiutano di conoscere la nostra cultura di moderni. Non leggono libri, non leggono giornali, non ascoltano le nostre musiche. Vogliono ripartire da zero, contrariamente alle generazioni che li hanno preceduti e che pur contestando i valori dei padri ne avevano però appreso i contenuti e i significati. Il passaggio da un' epoca ad un' altra è sempre avvenuto in questo modo; il solco che segna questo salto di civiltà ha sempre coinciso con la mancata trasmissione della memoria storica. Dico che Baricco non è e non può essere un barbaro perché è intriso di memoria storica, conosce perfettamente quanto è accaduto, ha studiato i testi, ha ascoltato le musiche, ha addirittura messo in scena l' Iliade e Achille, usa a meraviglia ed anzi insegna il nostro linguaggio. Ha capito che i barbari sono arrivati, questo significa che sa leggere la realtà nel suo profondo. Del resto tutta la sua analisi sulla sostituzione della superficialità alla profondità è tipicamente profonda, scava fino alla radice per poter affermare che si sta creando una vita senza radici. Baricco è dunque un moderno che in quanto tale constata la fine della modernità. In questo concordo. Rassegnati, caro Alessandro, siamo due moderni consapevoli. Tu elenchi le caratteristiche della nuova epoca e le riassumi con la parola e il concetto di superficie. In realtà non stai descrivendo la civiltà dei barbari che ancora non esiste. Ci vogliono molto più di trent' anni. Ricordi la scomparsa della civiltà greco-romana che durò quasi due secoli, da Teodosio fino al regno longobardo? Oggi il tempo corre più veloce ma trent' anni non bastano. In realtà Baricco non sta descrivendo i barbari ma gli imbarbariti, che è cosa profondamente diversa. Gli imbarbariti parlano ancora il nostro linguaggio ma lo deturpano; usano ancora le nostre istituzioni ma le corrompono; non vogliono affatto preservare il pianeta dalla guerra, dal consumismo, dall' inquinamento e dalla povertà, ma al contrario vogliono affermare privilegi, consorterie, interessi lobbistici, poteri corporativi, dissipazione di risorse e diseguaglianze intollerabili. I barbari, quelli che tu ed io vediamo come un' incombente realtà, sono ancora alla ricerca del futuro; gli imbarbariti stanno devastando il presente e contro di loro noi dobbiamo combattere per preservare il deposito dei valori che la modernità ha accumulato e dei quali l' epoca futura potrà usufruire quando avrà finalmente raggiunto la sua plenitudine e la sua autocoscienza. Io non credo nella contrapposizione tra profondità e superficialità come una conquista e un avanzamento. Tanto meno credo che questa contrapposizione caratterizzerà il futuro e non lo credo perché c' è sempre stata in tutte le epoche. Guarda, caro Alessandro, alla Grecia a te giustamente cara: lì nacque la tragedia e con essa il teatro cinque secoli prima di Cristo e lì otto secoli prima di Cristo era nata la poesia con Omero e ancora prima i miti e i misteri ma anche il gioco, la danza, i numeri, la geometria, la cura del corpo e la cura delle anime. Quella che tu chiami la profondità. Ma essa conviveva con la superficialità così, con le emozioni, con la vita senza radici, con l' adorazione dei fenomeni, delle apparenze, con i mutamenti immediati di prospettiva, con un prisma conoscitivo continuamente cangiante. E non è stato sempre così? Non è stato così nella Roma di Cicerone, di Ovidio, di Virgilio, di Seneca e infine di Boezio, mentre accanto ad essi il popolo delle taverne e delle suburre godeva dei giochi e della loro sanguinosa violenza? Profondità e superficialità hanno sempre convissuto, quali che fossero le epoche e le latitudini, e sempre convivranno. Tu poni - ed hai ragione di porla - la questione del senso e della sua dislocazione. E non credi nel senso ultimo. Neppure io credo nel senso ultimo, anche se ho grande rispetto per quanti ripongono nella trascendenza di un dio e nella vita futura ed eterna nell'oltremondo le loro speranze. Chi ha una fede mette in essa il suo riposo e il senso della sua vita. E non si avvede che il senso è altrove anche per lui. Anche chi ha fede appoggia infatti la sua vita a quelli che io chiamo segmenti di senso, che ci vengono dalla vita pratica, dalla vita creativa, dalla socievolezza senza la quale non potremmo vivere. Il senso della vita cioè non è altro che la vita stessa che si dipana momento dopo momento, che conserva memoria di quanto è avvenuto e progetta ad ogni istante il futuro. Questoè ciò che avviene in ogni persona e in ogni angolo di mondo: segmenti di senso che l' "io" vive senza soluzione di continuità, attimi fuggitivi, tempo futuro che transita nel presente con la velocità della luce e sprofonda nel passato; e tempo ritrovato attraverso quella meravigliosa facoltà della memoria che la nostra mente possiede. Caro amico, ti dedico queste riflessioni perché tu sei tra quelli che meglio si oppongono all' imbarbarimento che rischia di sovrastarci. Questa battaglia non riguarda i barbari che stanno ancora cercando se stessi. Questa battaglia riguarda noi e soltanto noi possiamo e dobbiamo combatterla. - EUGENIO SCALFARI
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I barbari non ci leveranno la nostra profondità su Repubblica.it
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IL DIBATTITO
Il mondo senza nome dei nuovi barbari
Baricco: la mutazione che porta a una nuova civiltà
di ALESSANDRO BARICCO |
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CARO Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt'e due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un'altra. Bene. Non tutti hanno la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi.
Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu, e che mi sembrano chiarissime).
Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent'anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l'enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull'esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l'eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione.
Quando penso ai barbari penso a Diderot e D'Alembert (apparivano come barbari all'élite intellettuale dell'ancien régime) e quando penso agli imbarbariti penso al cascame di aristocratici che mentre nasceva l'Illuminismo ripetevano a vuoto i riti di un privilegio e di una ricchezza che in realtà non avevano più le energie per motivare e difendere. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all'Imperatore che lo pagò) e quando penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti. Voglio dire che una cosa è l'insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un'altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell'ignoranza, nell'oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi. Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni, e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce, dall'altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E' lo spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a isolare, all'interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando.
L'imbarbarimento, di per sé, a me non risulta così interessante. Mi sembra un decorso fisiologico, già visto innumerevoli volte in passato, e oggi forse solo accelerato o reso più evidente dal moltiplicarsi delle informazioni e dalla abilità dei mercanti. Anche nel piccolo cortiletto della nostra Italia, assisto naturalmente allo sfarinarsi di una certa statura civile, di una certa tensione morale e di una certa tenuta culturale: ma mi chiedo se era poi tanto meglio l'Italia anni Cinquanta-Sessanta, dove una minoranza assoluta di persone coltivava un vivere alto e nobile ma la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno aveva accesso ai consumi culturali, era sostanzialmente disinformata e quanto ai principi morali si doveva fare andar bene la predica in parrocchia. Non so. Ma comunque non riesco a preoccuparmi più di tanto.
La barbarie, invece, nel senso di Page, Brin e Jobs, quella mi affascina, e quella sì mi sembra degna di essere compresa. Ti cito loro tre, ma se solo sfogli, ad esempio, Wired ti accorgi che c'è tutto un iceberg sommerso di gente come loro, solo più nascosta, o meno geniale, o semplicemente non americana (per non arrivare, semplicemente, ai nostri figli, che sono in tutto e per tutto barbari).
Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l'intelligenza, che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica: eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino l'effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell'attuale civiltà. Di fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com'è oggi: e cerco di capire: con fatica, ma cerco di capire. Cercando di non spaventarmi.
Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere diversamente. D'altronde non giudichiamo il romanticismo dall'orrore delle poesiole romantiche che scrivono i quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film penosi, e nemmeno dalle lettere sdolcinate di una ragazzina francese del 1840 che si innamora dell'avvocatucolo del paese: giudichiamo il romanticismo a partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica iniziazione all'infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti, ecc, ecc. E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all'idea che l'imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l'Illuminismo, e prima di allora l'Umanesimo, e prima di allora l'idea imperiale di Roma, e prima di allora...
Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall'imbarbarimento, e di studiare la barbarie. E studiandola ho finito per arrivare a questo crocevia della profondità. Come ho anche scritto nell'articolo, è un punto abbastanza scioccante e non riesco a scriverne senza il timore di colpire a morte qualcosa di preziosissimo. E sono anche sicuro che tra un po' di anni sarò in grado di scriverne meglio, con più precisione e più consapevolezza: ma intanto faccio tesoro di questa certezza intuitiva: il sistema di pensiero dei barbari sopprime il luogo e il mito della profondità.
Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad Andromaca.
Non ci sono meno stelle nel cielo di Copernico, né meno amore nella vita di Emma Bovary: ma sono il cielo e l'amore di un'umanità nuova, che lavorava con principi diversi, partiva da premesse inaspettate e andava ad abitare un paesaggio della mente e del cuore fino a quel momento vietato. Non c'erano nemmeno i nomi, in un primo momento, per pronunciare quel mondo nuovo: non abbiamo un nome noi adesso, per pronunciare l'asse su cui il senso è andato a disporsi, una volta sfarinata la dialettica di profondità e superficialità.
Tu dici: non diresti queste cose se tu, ancora, non fossi in grado di pensare e dire la profondità. E' un'obbiezione che mi fanno in molti. Ed è molto logica. Ma a me rivela soprattutto quanto siamo già avanti nella strada, virtuosa, della barbarie. In realtà solo gente molto barbara può giudicare profondo il mio modo di pensare o scrivere: solo trent'anni fa sarebbe parso umiliante che si discettasse di cose del genere con questo livello di approssimazione, con un simile tipo di linguaggio, su uno strumento vile come un giornale, e lasciando parlare uno scrittore di successo. Solo quarant'anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l'indomani involtola l'insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori? Non lo senti lo stridio di qualcosa che non va? Non ti sembra che qualcosa che era nel profondo è risalito fino in superficie, per diventare domanda pronunciabile, e lì l'abbiamo incontrata noi, perché lì eravamo, già da un sacco di tempo, in superficie, non la superficie degli idioti, la superficie che è il luogo del senso, il luogo scelto da questo mondo per il senso? Non pretendo di convincerti, ma se ti devo dire sinceramente quel che penso è che la tua obbiezione andrebbe rovesciata: più di quanto tu non immagini, tu ti muovi in modo barbaro, hai il talento dei barbari, hai un'istintiva comprensione di dove scorre la corrente forte del senso, e per questo dialoghi con me, e non alzi semplicemente le spalle, pensando che dico cose superficiali. E la gente ti legge, e ti capisce, perché gli racconti la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire. E' il problema dei più, oggi, il problema della gente di buona volontà. Sentono di essere ormai oltre una certa civiltà, ma non vogliono essere peggiori. In un certo senso, tu, io, e tutti loro, mi sembriamo davvero il Kublai Khan timoroso delle Città Invisibili. Era di stirpe mongola, lui: era esattamente un barbaro che era sceso a distruggere l'altissima ed eterna civiltà cinese e se ne era appropriato. Seduto sul trono, di fronte a un mercante (non a un filosofo), formula la domanda: com'è il mio impero? Non aveva una risposta, e la cercava.
Per cui, certo, la nostra battaglia è contro l'imbarbarimento: non penso di aver fatto una sola cosa, nella mia vita professionale, senza pensare, anche, ad arginare un certo imbarbarimento. Credo che la stessa cosa si possa dire di te. Ma per quanto mi riguarda, altrettanto importante mi pare non scambiare questa battaglia con una dannosa resistenza alla barbarie, intesa come intrusione del radicalmente nuovo, come forza della mutazione, e come metamorfosi ultima dell'intelligenza. Pur con una certa fatica, mi sforzo di non confondere le due cose, e nemmeno la certezza di sbagliarmi spesso riesce a farmi disamorare di questo compito, e di questo piacere.
(21 settembre 2010)
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LA RISPOSTA
La bandiera di Ulisse per il futuro
di EUGENIO SCALFARI
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CARO Alessandro Baricco, mi ha fatto un gran piacere leggere la tua lettera. Poteva restare privata, tra te e me, come tu inizialmente volevi, ma è così densa di riflessioni stimolanti e di pensiero che sarebbe stato un peccato non rendere partecipi i lettori del nostro giornale.
Sulla differenza tra barbari e imbarbariti siamo in pieno accordo ed hai ragione di ricordare che gli iniziatori d'ogni nuova epoca furono considerati barbari dai loro contemporanei. Quanto agli imbarbariti, tu ritieni che siano l'inevitabile "scarico" che avviene quando un'epoca succede ad un'altra e anche su questo punto sono d'accordo. A mio parere però il fenomeno è assai più pericoloso di quanto tu non pensi: lo "scarico" degli scarti rischia di inquinare l'ambiente e di deviare il corso dell'epoca ai suoi ancora incerti inizi.
Tu dici che sono un barbaro anch'io perché sono curioso del nuovo e del diverso da me e cerco di capirlo. Se questa è la tua diagnosi, mi piace e l'accetto.
Infine la questione della profondità e della superficialità. Tu dici che questa dicotomia è caduta e che la questione importante è capire dove si colloca il senso. Sta bene. Io colloco il senso nella vita pratica; la tua "superficialità" non è che un altro modo di chiamare la vita pratica. Diciamo la stessa cosa e non crediamo nel "senso ultimo".
Ho letto pochi giorni fa su Repubblica un illuminante articolo di Cavalli-Sforza che spiegava molto bene la funzione sociale e rassicurante del "senso ultimo", quello che ipotizza l'oltremondo e l'immortalità dell'anima. Cavalli-Sforza descriveva poi magistralmente il senso come lo concepiscono i laici non credenti: conoscenza e responsabilità. Non si può dir meglio e questo è il lascito della modernità che più mi è sembrato degno d'essere arricchito e preservato. Questo lascito attraversa oggi un assai brutto momento e merita per quanto possiamo tutta la nostra cura.
Ho ricordato più volte l'Ulisse dantesco, eroe moderno per eccellenza, quando incita al viaggio verso il futuro i suoi compagni: "Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza".
Questo vorrei fosse la comune insegna da consegnare al futuro e a chi dovrà costruirlo.
(21 settembre 2010)
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Link
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| Cronache dall'invasione 1 - Dal Forum su Repubblica.it |
| L'arte dei barbari a Repubblica TV del 20/11/2006 |
| Conversazione con Marino Sinibaldi a Fahrenheit del 11/12/2006 |
| Conversazione con Fabio Fazio a Che tempo che fa del 4/5/2008 |
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Lezione di Baricco su I barbari - Milano - maggio 2008
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| La civiltà dei barbari (Dialogo con Claudio Magris dal Corriere della sera del 7/10/2008) |
| Interventi agli incontri di Venice Sessions del 27 novembre 2008 e del 31 marzo 2009 |
| I barbari su Wikipedia |
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I barbari non ci leveranno la nostra profondità su Repubblica.it
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City di Baricco - Un libro e i suoi dintorni | I Barbari
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